La corsa “Corri Libera”, fortemente promossa dal governo Meloni e organizzata nel cuore di Roma, nasce ufficialmente per sensibilizzare contro la violenza sulle donne. Un’iniziativa presentata come innovativa, aperta a tutti, simbolica. Un messaggio di libertà espresso con le gambe, più che con le parole.
Eppure, fuori dal tracciato dei 5 chilometri, il percorso politico appare molto meno lineare.
Secondo Non Una di Meno, questa corsa è soprattutto una vetrina: un gesto di superficie, più vicino al marketing sociale che a una strategia strutturata. Le attiviste parlano di una sorta di green washing antiviolenza, dove si corre molto… ma si cambia poco. E la critica non è priva di fondamento se si osserva la distanza tra i simboli e le scelte politiche concrete.
Il governo rivendica pene più severe, nuovi reati, un approccio che privilegia l’aspetto repressivo. Misure importanti, certo, ma che rischiano di rimanere nel perimetro del “dopo”, senza toccare davvero il “prima”: la cultura, l’educazione, la prevenzione. Temi sui quali lo stesso esecutivo ha spesso frenato, soprattutto quando si parla di educazione all’affettività nelle scuole, terreno che alcuni ministri continuano a riportare, quasi esclusivamente, all’ambito familiare.
Intanto, altri segnali creano ulteriore tensione: il disegno di legge Sicurezza, citato da più organizzazioni, potrebbe limitare il diritto di manifestazione. Ed è difficile conciliare una corsa per la libertà con norme che rischiano di comprimere quella stessa libertà quando assume forma di protesta.
La verità è che il rapporto tra il governo Meloni e i movimenti femministi rimane profondamente conflittuale. Le associazioni chiedono risorse reali per i centri antiviolenza, investimenti sull’educazione di genere, un cambio culturale profondo. Il governo, dal canto suo, continua a puntare sull’impatto simbolico e sulla risposta penale.
E così “Corri Libera” finisce per raccontare una contraddizione: una corsa pensata per affermare la libertà, ma che lascia aperta la domanda più importante.
Vogliamo davvero combattere la violenza sulle donne?
O vogliamo limitarci a correre attorno al problema, senza affrontarlo nel cuore?
Perché una corsa può sensibilizzare.
Ma solo le scelte politiche possono cambiare davvero il percorso.





