Correre con Garbo

Oggi non parliamo di correre con garbo, ma proprio di Garbo. Le due cose, peraltro, non si elidono a vicenda. Il garbo nello stile della propria corsa può starci bene. Anche se non vogliamo ammetterlo, in fin dei conti restiamo degli animali e se ne avessimo la grazia non sarebbe male. Laddove la grazia non soccorra, il garbo può sopperire adeguatamente.

Il “garbo” è l’eleganza dell’incedere, una via di mezzo tra l’avercelo solo noi e la dimostrazione della totale estraneità a questo mondo. Inserirsi nel contesto come un elemento del tutto naturale, in cui quello che facciamo non “risalti”, non “stoni” e, conseguentemente, risulti armonico, intonato con il mondo in noi e fuori di noi.

Garbo è anche un cantante del nostro passato. Uno pseudonimo quanto mai azzeccato, per un artista che è stato – per quanto possibile – “sulle sue”, senza il bisogno di snaturare la sua essenza per andare incontro a questa o quella moda.

Anche nella musica – e nelle arti, in genere – ci sono i “momenti” che hanno un valore “assoluto” quando si esprimono e per coloro che, proprio in quel momento, sono capaci di comprendere ciò che accade.

È una dote che appartiene agli “anticipatori”, ossia a quanti vedono le cose prima, cioè prima che diventino conoscibili a tutti. Dopo può essere, semplicemente, l’adesione al pensiero dominante, cioè un modo per sentirsi parti del tutto (costituisce, forse, l’omologazione per difesa). Garbo, per me, assomiglia al primo Ruggeri (quello dei Decibel con Contessa), all’Alan Sorrenti di uno dei più bei dischi in assoluto del progressive (il capolavoro Aria del 1972), al David Sylvian (subito dopo la parentesi glam dei Japan). Qualcuno li ha “visti” prima di altri ed ha compreso il “momento”.

Garbo, inquadrato nella new wave post punk, dice quello che vuole dire, senza seguire il mood imposto dalla conformità. Oggi, nella riproposizione del passato, ritroviamo gli stilemi di quello che fu. Ma non la musica “attuale”. Il nostro ha scelto una cifra stilistica particolare. Non esprime il “suo” tempo, né è un cantore dei sentimenti, quanto un fotografo che scatta delle istantanee. Lascia a chi le guarda (le ascolta, nel caso di specie) aggiungere tutto quello che non è palese. Ed ognuno, ci vede quel “di più” che appartiene a sé ed al “suo” tempo, sicché queste istantanee non appartengono ad alcun tempo definito. Potrebbe scrivere pezzi “attuali” ma non lo fa, perché un fotografo scatta delle foto, non necessariamente deve vestirsi secondo i dettami della moda.

È quello che dovremmo fare anche noi, correndo. Se ci scattano una foto, guardandola potrebbe essere di cinque anni fa, oppure del prossimo anno. Ovviamente, se siamo “noi” senza altre aggiunte, del tutto disinteressati a tutto il resto. Con Garbo. Lui ha ragione, ma ancora non l’abbiamo veramente capito.

Noi, / Padri del Silenzio siamo polvere, / E il vento ci disperderà,

Noi, / Nei giorni silenziosi siamo Nuvole, / Le Nuvole non hanno mai Paura.

(Garbo, Generazione, 1982)

[Riferimento: una intervista esemplare in cui, con semplicità, esce fuori il “vero” essere: https://www.rollingstone.it/musica/interviste-musica/mezzo-secolo-con-garbo-senza-nostalgia/981989/#google_vignette. Sulla morte della creatività (almeno musicale) per la perenne riproposizione del passato v. S. Reynolds, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, Milano, 2011]

Mr Farronato
Mr. Farronato Podista e scrittore. La corsa mi serve per superare i limiti dell’ordinario mentre, scrivendo, supero quelli dello straordinario. Potete trovarmi – sotto falso nome – nelle gare della nostra bella capitale e, soprattutto, alle maratone. La corsa è la soglia del crepuscolo che si affaccia su un mondo diverso.