François Pierdet è arrivato a Chamonix ridendo e piangendo.
Non proprio una novità per chi conosce il suo modo di vivere la corsa. Ma questa volta, dietro quelle lacrime, c’erano 107,8 chilometri, 6.300 metri circa di dislivello e soprattutto una storia che aveva cominciato a correre molto prima del 28 agosto.
La sua CCC doveva essere lunga 101 chilometri. Poi, il giovedì pomeriggio, è arrivato il messaggio che nessun ultratrailer vorrebbe ricevere alla vigilia: a causa delle frane in Svizzera il percorso veniva modificato. Sette chilometri e 200 metri di dislivello in più.
Il conto finale avrebbe quindi detto 107,8 km.
Ma il conto più importante era un altro.
François aveva chiesto agli amici di “coprire” il percorso destinando 25 euro per ogni chilometro alla raccolta fondi per EPPM – En Passant Par la Montagne, l’associazione che utilizza la montagna come strumento per aiutare ragazzi e adulti che attraversano situazioni di fragilità, esclusione sociale, difficoltà scolastiche o malattia.
E, quasi fosse una coincidenza perfetta, il sostegno ricevuto ha permesso di raggiungere l’obiettivo anche sul percorso allungato.
François non ha corso soltanto per arrivare a Chamonix. Ha corso sapendo che, in qualche modo, lungo quei sentieri c’era anche chi lo stava aspettando.

La gara è stata tutt’altro che semplice.
Pioggia, nebbia, nuvole basse e vento forte hanno accompagnato una giornata già impegnativa. In salita François ha corso bene, come aveva preparato di fare dopo mesi di trail, chilometri e dislivelli accumulati. Poi sono arrivati i problemi muscolari ai quadricipiti e le discese tecniche, quelle con radici e pietre dove le gambe stanche non concedono sconti.
Il ritmo previsto è diventato un dettaglio. A quel punto si trattava semplicemente di continuare. Correre, camminare, stringere i denti e arrivare.
E intorno, la CCC ha fatto il resto: tifosi praticamente ovunque, volontari presenti a ogni ora, ristori ricchi e un’organizzazione UTMB che François definisce, senza troppi giri di parole, impressionante.
Ma soprattutto c’era il suo team.

Per 24 ore gli amici si sono spostati nei vari punti di assistenza, aspettandolo lungo il percorso. Una presenza concreta, fatta di rifornimenti, parole, incoraggiamenti e quella certezza che, quando le gambe iniziano a presentare il conto, qualcuno c’è.
A Chamonix François ha poi incontrato il presidente di EPPM e ha scoperto ancora meglio dove finiranno quei soldi.
Tra i progetti dell’associazione c’è, per esempio, quello che ha coinvolto un gruppo di ragazzi provenienti da quartieri popolari nella manutenzione dei sentieri del Monte Bianco: la montagna come palestra, ma anche come luogo nel quale imparare a prendersi cura di qualcosa che appartiene a tutti.
È probabilmente qui che il senso della sua impresa diventa più chiaro.
Un ultratrail non cambia la vita di chi lo corre. Ma può diventare il modo per contribuire a cambiare quella di qualcun altro.
E François, mentre correva, questo lo sapeva.
Ci ha pensato nei chilometri più duri, nei momenti in cui le gambe non rispondevano più come voleva e anche quando, ormai vicino al traguardo, ha capito che ce l’avrebbe fatta.
È stato lì che è successo qualcosa che racconta meglio di qualsiasi tempo finale cosa significhi per lui correre.

Ha iniziato a ridere e piangere da solo.
Per la gara.
Per la fatica.
Per tutto quello che c’era stato prima.
E probabilmente anche per tutte le persone che, da lontano, stavano correndo con lui.
La CCC è finita. La raccolta fondi no.
Chi non ha ancora partecipato può ancora farlo e contribuire ai progetti di EPPM. Anche una piccola donazione può aggiungersi a quelle che hanno già trasformato i chilometri di François in un aiuto concreto.
Perché i 107,8 chilometri sono ormai alle sue spalle.
Ma il percorso che quei chilometri possono aprire per qualcun altro è ancora tutto da fare.
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