mercoledì, Settembre 2, 2026
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L’estetica dell’ombra: correndo con i Talk Talk

Ancora gli anni della mia giovinezza: i meravigliosi anni ‘80 (almeno, lasciando da parte la qualità, dal punto di vista del ricordo sonoro). Quest’oggi corro con le ginocchia che scricchiolano per due motivi. Il primo è l’effetto del tempo trascorso dall’ultima uscita. Troppo per non patire il contraccolpo. Il secondo motivo è il soverchiante peso della sofferenza psicologica di questo periodo, in cui pare che ogni cosa – animata o inanimata – congiuri verso una direzione pervicacemente contraria. Ma io, in questi casi, non provo a spegnere l’incendio con l’acqua ma combatto il fuoco con il fuoco. Più sono in crisi, più insisto: o si spegne o finisco bruciato.

Dopo qualche chilometro, ho la sensazione che, a ogni passo, stia togliendo qualcosa di superfluo. È un esercizio di pulizia interiore che, per qualche strana alchimia, si collega intimamente con il sottofondo musicale scelto, costituito da una raccolta dei migliori brani dei Talk Talk. “Migliori” non è necessariamente sinonimo di “successi”, giacché i due termini non coincidono per nulla.

La politica di sottrazione è la stessa che ha fatto il compianto Mark Hollis quando ha deciso che la rarefazione, fino a sfociare nel silenzio, valeva molto più di un ritornello che gli veniva facile.

I Talk Talk non sono musica da ricordo dei tempi che furono. Sono il suono della lotta contro gli eventi, divenuta necessaria, quale unica strategia possibile. Mentre le gambe girano monotone, mi accompagnano le atmosfere di Spirit of Eden: quella capacità di aspettare la nota giusta, senza l’ansia di dover per forza riempire ogni vuoto, divenuta il minimalismo quasi mistico di Laughing Stock. Eppure, noi podisti abbiamo spesso paura del vuoto. Ci ostiniamo a far presente che “It’s My Life”, convinti che ogni battito debba essere una rivendicazione, un momento da postare, una bandierina da piantare. Un modo per rappresentare agli altri qualcosa. Ma serve davvero?

La strada mi ha insegnato presto che è “Such a Shame”, un vero peccato, sprecare fiato per nutrire l’ego invece di ascoltare il corpo. La corsa vera, quella che ti cambia la pelle, somiglia ai loro ultimi dischi: inizia come un gioco pop e finisce come una preghiera laica. È la transizione da un ritmo sincopato ad un’essenzialità che trasforma la fatica in una forma di grazia. Nella fatica sublimiamo lo spirito, altrimenti che corriamo a fare? Con questo caldo, poi…

A un certo punto la selezione è terminata. Dopo l’ultima nota segue il silenzio. Andiamo allora, verso quel punto dove il suono è sparito e restiamo finalmente noi, pronti a diventare, se ci riusciamo, una traccia invisibile nel vento. O forse solo un’eco che non ha più bisogno di parole per spiegarsi. Verso un traguardo ancora celato, dove la fatica si trasforma in qualcosa d’altro. Alla ricerca di quello che ci serve. Non importa affatto se lo troviamo, quello che conta è la ricerca.

 

It’s my life, don’t you forget / It’s my life, it never ends

Such a shame to believe in escape / A life on every face / And that’s a change

 

[Colonna sonora: Talk Talk (Dominatrix Retro Extended Mix); Today (Extended Remix); It’s My Life (U.S. Remix); Such a Shame (A Steve Thompson U.S. Mix); Life’s What You Make It (Ben Liebrand Remix); Living in Another World (Extended Remix); Happiness Is Easy (12” Mix); Give It Up; I Believe in You; Desire; The Rainbow; Myrrhman]

Mr Farronato
Mr. Farronato Podista e scrittore. La corsa mi serve per superare i limiti dell’ordinario mentre, scrivendo, supero quelli dello straordinario. Potete trovarmi – sotto falso nome – nelle gare della nostra bella capitale e, soprattutto, alle maratone. La corsa è la soglia del crepuscolo che si affaccia su un mondo diverso.