venerdì, Giugno 26, 2026
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Lascia stare gli errori

Gli artisti, si sa, forniscono interessanti spunti alle nostre divag-azioni.

Max Gazzè, nel presentare il nuovo disco “L’ornamento delle cose secondarie”, fa presente che, oltre ad essere stato registrato a 432 Hz, contiene alcune imperfezioni, derivanti dagli strumenti impiegati, senza poi effettuare una “ripulitura” digitale: “Oggi il problema non è correggere gli errori. È lasciarli stare”.

Credo che abbia ragione. Gli errori sono parte costitutiva di come siamo ed è probabilmente per merito dei difetti che comprendiamo cosa fare.

In certi casi, correggere l’errore ci fa fare dei passi in avanti; in altri casi, lasciarli dove sono può essere sintomo di una conseguita maturità. Accettando l’errore – chiaramente a seconda della sua rilevanza – dimostriamo che siamo “così”, imperfetti per natura, costituiti da un insieme variegato di giusto/sbagliato, corretto/erroneo, etc., cioè di chiaroscuri più che colori ben definiti. Del resto, la perfezione – ammesso di poterla conseguire – è disturbante per il suo carattere di innaturalità manifesta.

La correzione degli errori potrebbe togliere quel ‘quid’ fondamentale, quella “differenza” che assume un valore positivo, anziché negativo. C’è poi un problema squisitamente statistico. Nel correggere un errore isolato si rischia di alterare l’equilibrio dell’intero sistema, amplificando anomalie ben peggiori. È la trappola in cui cadono gli scienziati quando applicano cecamente le correzioni matematiche nei trial clinici: per azzerare statisticamente i ‘falsi positivi’, stringono le maglie dei dati a tal punto da generare una valanga di ‘falsi negativi’, finendo per scartare farmaci salvavita o nascondere effetti collaterali letali.

Fuor di statistica, aggiungo due esempi, tanto per gradire. Ad un certo punto correggo una frase (un verbo, un oggetto) e questa riverbera gli effetti sulla stessa trama. Esattamente com’è successo ad Umberto Eco che, nella revisione del suo celebre libro “Il nome della Rosa”, avendo tagliato una parte, ha aggiunto un breve dialogo e si è trovato che Guglielmo da Baskerville declama il valore della lentezza (ma inesorabilità) della giustizia inquisitoria: “Cosa vi terrorizza di più nella purezza?”, chiede Adso. E Guglielmo risponde: “La fretta”. Nella pagina successiva, Bernardo Gui, minacciando il cellario di tortura, dice: “La giustizia non è mossa dalla fretta, come credevano gli pseudoapostoli, e quella di Dio ha secoli a disposizione”. Una correzione che ha prodotto degli effetti imprevisti di contrapposizione ideale tra i due protagonisti del romanzo. Fin qui, nulla di male (o che non si possa correggere in una nuova edizione).

Pensiamo, invece, alle correzioni estetiche, come la moda di aggiungere due o tre taglie al reggiseno. Forse proprio perché si intende farle “vedere”, il più delle volte manca una proporzione con il resto del corpo, sicché, su un corpicino magro, si stagliano un paio di cupole, come Venus Alpha del “Grande Mazinga”.

Accade qualcosa di simile anche quando infiliamo le nostre scarpette. Rincorriamo la perfezione del gesto, il passaggio perfetto al chilometro, la postura dei sacri testi. Ma si tratta chiaramente di un’illusione che si infrange al primo cambio di pendenza. Chiunque abbia corso una ventina di chilometri sa che l’imprevisto – un passaggio troppo veloce, un rifornimento mancato – crea una sbavatura nel piano gara. La tentazione immediata è quella di correggere subito il tiro, forzando il ritmo per recuperare i secondi persi. Il più delle volte, però, quella correzione improvvisata produce fastidi muscolari o crisi premature.

Accettare quel chilometro più lento, lasciarlo scivolare resistendo all’ossessione di doverlo “aggiustare”, è un segno di maturità dell’atleta. Errori ed imperfezioni che ci tengono ancorati alla realtà della strada ed alla “verità” del nostro essere.

 

In fondo, la nostra bellezza sta proprio nel portarsi dietro tutta l’imperfezione.

 

[Riferimento: R. Vecchio, Il Max della cura, in Leggo, 13 maggio 2026, p. 7]

Mr Farronato
Mr. Farronato Podista e scrittore. La corsa mi serve per superare i limiti dell’ordinario mentre, scrivendo, supero quelli dello straordinario. Potete trovarmi – sotto falso nome – nelle gare della nostra bella capitale e, soprattutto, alle maratone. La corsa è la soglia del crepuscolo che si affaccia su un mondo diverso.