Ci sono luoghi in cui il runner si sente invincibile: la pista, la strada, i sentieri. Poi c’è la piscina, territorio ostile dove ogni certezza si scioglie in poche vasche.
Ieri sera mi sono allenato con la mia squadra di triathlon, il Team Panda. Tutto normale fino al momento in cui il coach Stefano Lacara ha scritto la seduta sulla lavagna davanti alla corsia. In quell’istante ho capito, ancora una volta, quanto il runner in acqua sia una creatura profondamente fuori habitat.
Allenarsi in gruppo aiuta, inutile negarlo. In strada come in vasca, stare agganciati a chi precede rende tutto più semplice, o almeno meno pesante dal punto di vista mentale. Nel nuoto, poi, la scia è quasi una forma di sostegno psicologico: non ti trascina solo il corpo, ma anche la testa.
Per chi, come me, nuota spesso da solo, il vero valore aggiunto è avere qualcuno che osserva da fuori, corregge gli errori e ti ricorda che in acqua la tecnica conta infinitamente più che nella corsa. Se nel running la forma incide fino a un certo punto, in piscina diventa quasi tutto.
Ed è qui che nasce il paradosso più divertente: il runner, appena entra in acqua, finisce per odiare il nuoto. Non importa quante bracciate impieghi per fare 25 metri o quanto sia efficiente sulla carta. Per chi arriva dalla terraferma, la piscina è prima di tutto una prova mentale. La fatica fisica arriva subito dopo, spesso a dare il colpo di grazia.

Naturalmente continuerà a sostenere che correre sia più duro. È il suo modo per difendere la dignità, soprattutto dopo l’ennesima serie chiusa in apnea e orgoglio.
Nel tentativo di sopravvivere alla seduta, si aggrappa a qualsiasi supporto: pull buoy, palette, tavoletta, boccaglio. Ogni attrezzo diventa un alleato prezioso, quasi una scusa tecnica per rendere più sopportabile la lotta con l’acqua.
Il vero cortocircuito, però, arriva davanti alla tabella del coach. Per il runner è simile a un enigma: sigle, recuperi, cambi di ritmo. E anche quando la decifra, una volta in corsia tutto si riduce a un unico passo, sempre quello. Easy, moderate, over: categorie teoriche. In acqua il runner ha una sola velocità, e raramente coincide con quella richiesta.
Poi c’è lui, il grande totem della piscina: l’orologio contasecondi. Per il nuotatore è sacro, scandisce partenze, recuperi e progressi. Per il runner, invece, è poco più di un oggetto ornamentale appeso al muro.
Quando arriva al blocco in debito d’ossigeno, confonde persino il colore della lancetta e riparte seguendo il solo istinto di sopravvivenza. A quel punto ogni regola non scritta della corsia salta, insieme alla pazienza dell’allenatore di turno.
La morale, in fondo, è semplice: se vi capita di dividere la corsia con un runner, mantenete la calma e proseguite dritti. Con un po’ di fortuna, tra schizzi fuori ritmo, partenze casuali e attrezzi disseminati ovunque, riuscirete comunque a uscirne indenni.






