Quando tutto finisce, quando hai divorato la tabella degli allenamenti tra levatacce e notti insonni, ti ritrovi da solo, seduto su una sedia in cucina, a pensare a quanto ti manca. A quanto l’hai amata e odiata allo stesso tempo. Ciò che resta è un vuoto incolmabile, misurato dalla fame che ti accompagna dal risveglio fino a quando vai a dormire.
Questo è ciò che resta dopo quattro mesi di preparazione per una maratona: la fame. E non parliamo di traguardi o medaglie, ma di quella fame atavica, figlia di un motore che continua a girare anche se, per un po’, hai messo le gambe ai box.
Così, senza una vera ragione metabolica, continui a mangiare come un camionista: spuntini alle 9:30 del mattino, replica a mezzogiorno, e a pranzo rinforzi il piatto di pasta e fagioli, convinto di mantenere il giusto equilibrio tra proteine e carboidrati.
Cosa resta di quella sana voracità sportiva, ora che sei seduto in ufficio, con i piedi doloranti, la medaglia ben in vista e la cintura che stringe fino alle 18:00? Restano i biscotti del pacco gara, sbriciolati e rotti, a cui ti aggrappi anche dopo cena, mentre sogni di rimettere in moto la tua macchina più bella.





