Gli anni ‘80, gli anni della mia giovinezza. Anni che dovevano essere felici e luminosi nella loro spensieratezza risultarono, invece, tetri e oscuri. Anni di vampiri che, di notte, si aggiravano nascosti nel buio. I “Ragazzi perduti” di un periodo in cui si cominciava ad avvertire un domani pieno di incertezze.
La luce del sole poteva distruggerci e lo avrebbe fatto con certezza, abbandonata quella giovinezza destinata a lasciarci per strada.
“Dormire tutto il giorno. Festeggiare tutta la notte. Non invecchiare mai. Non morire mai. È bello essere un vampiro”. Vampiri di sensazioni, di emozioni, di vita (propria ed altrui), di droghe, di sangue, di tutto quello che è proibito. Costi quel che costi. L’importante è non farsi trovare, in una impunità assicurata dall’invulnerabilità. Perché nulla ci può toccare.Noi vivremo per sempre.
Intontiti, per varie cause, la più innocua delle quali la musica, al Plastico al Black Out, si intravedono solo i colli delle camicie – che brillano sotto le luci ultraviolette – e poco altro. Colli senza nulla sopra. E mani. Fredde e pallide.
Corriamo nel freddo della notte verso il prossimo appuntamento. Potrebbe anche essere l’ultimo, ma che importa? Domani noi saremo ancora qui.
Finché, in prossimità dell’aurora, volti pallidi si ritirano nell’ombra, nascondendosi ai più, perché impossibilitati a scambiare alcunché con gli esseri umani. Nessun contatto è possibile: le creature del crepuscolo condividono una notte infinita, mentre gli umani ragionano di un “domani” denso di incognite. People Are Strange, cantavano i Doors, il cui nome, tratto da “Le porte della percezione” di Aldous Huxley, la dice lunga sui diversi modi di vedere e vivere le cose e le persone.
Le note ossessive di A Forest dei Cure sembrano inseguirci nelle strade, mentre il basso pulsante dei Joy Division scandisce il ritmo di una disperazione che abbiamo trasformato in arte. I lunghi cappotti e le lenti scure per segnalare la nostra solitudine e malinconia. Eppure, in quel freddo sintetico e in quegli accordi minori, trovavamo una fratellanza che il giorno non avrebbe mai compreso. Perché noi non saremmo mai stati lì.
Oggi, guardando indietro a quelle ombre, resta il sapore dolceamaro di un’epoca che è svanita come un sogno al risveglio, ma che ci ha insegnato a non temere l’oscurità. Quelle strane notti selvagge (Cyril Collard) alla fine ci hanno forgiato, lasciandoci in eredità la forza di chi ha guardato l’abisso e vi ha trovato, incredibilmente, la propria luce. Non siamo morti davvero; siamo solo diventati i custodi di quella bellezza notturna, consapevoli che chi ha vissuto quell’intensità non sarà mai davvero al buio, portando con sé, per sempre, il battito immortale di una giovinezza che ha sfidato l’eterno.
Cosa rimane adesso? Resta quel momento sospeso, mentre le ombre lunghe iniziano a sbiadire, ed incrociamo lo sguardo dei primi podisti. Sono sagome colorate e metodiche, spettri di un’altra natura che corrono verso il futuro, mentre noi ci ancoriamo a un passato che non vuole perdersi nell’oblio.
C’è una strana bellezza in questo passaggio di testimone sulla linea del traguardo tra il buio e la luce: siamo tutti corridori di un’esistenza che finirà per bruciarci, pronti a sparire ognuno nel proprio mondo, consapevoli che la notte appena trascorsa ha lasciato su di noi un segno che nessuna luce del mattino potrà mai davvero lavare via.
Per Te (G.R.), che non sei mai morta. Non per me.
[Colonna sonora: The Lords of the New Church, Dance with Me (KD Remix 2024); Killing Joke, Love like Blood (Sanity Matt’s One Mix); Siouxsie and the Banshees, Candyman; The Cure, Apart (Renhold Extended Remix); Joy Division, Love Will Tear Us Apart (D. Von Sheim Rmix); Duran Duran, The Chauffeur (KD Remix); Clan of Xymox,Louise (Max Steel ‘The Crow’ Remix); G. McMann, Cry Little Sister (Remix); Bauhaus, Bela Lugosi’s Dead (Max Steel Sorrow Remix) – Riferimenti cinematografici: Ragazzi perduti (The Lost Boys), di J. Schumacher, USA, 1987; Il Buio si avvicina (Near Dark), di K. Bigelow, USA, 1987; Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger), di T. Scott, UK, 1983]





