giovedì, Aprile 30, 2026
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Il Maratoneta

La scorsa settimana ho concluso la lettura de Il Maratoneta. Per una singolare coincidenza, i giorni dedicati al romanzo hanno accompagnato l’attesa della maratona di Roma, come se la corsa, reale e imminente, facesse da controcanto a quella narrata nelle pagine del libro.

Scritto dallo sceneggiatore William Goldman nel 1974 e trasposto al cinema due anni dopo con un memorabile Dustin Hoffman, Il Maratoneta racconta la storia di Babe Levy. Di sera corre a Central Park, inseguendo il sogno di una maratona olimpica sulle orme di Abebe Bikila; di giorno studia Storia, convinto che comprendere i meccanismi del passato sia l’unico antidoto contro il ripetersi della tirannia. Due esercizi di resistenza, apparentemente lontani, che in realtà rispondono alla stessa esigenza: prepararsi, sopportare, non arretrare.

L’equilibrio fragile della sua vita viene però spezzato.

Babe si innamora di una donna così perfetta da sembrare irreale e scopre che perfino il fratello, figura di riferimento e di protezione, gli ha sempre nascosto una verità essenziale. Senza rendersene conto, viene risucchiato in una rete di intrighi, doppi giochi e violenze che affondano le radici nella memoria più oscura del Novecento. La sua innocenza diventa una colpa agli occhi del mondo, e proprio per questo lo espone al peggio.

Il confronto con il male prende la forma di un ex criminale nazista, rifugiatosi nel distretto dei diamanti di New York, arricchito sull’estorsione e sul ricatto ai danni degli ebrei sopravvissuti. La celebre scena della tortura “dal dentista”, ormai entrata nell’immaginario collettivo, non è solo un momento di tensione estrema: è il punto in cui la storia privata di Babe collide con una violenza che è storica, sistemica, impersonale. Non a caso fu proprio l’idea di un nazista nascosto tra le sue vittime, mimetizzato nella normalità, a spingere Goldman a scrivere prima il romanzo e poi il film.

In fondo, la maratona è solo un punto di partenza, quasi un’esca narrativa. Non è il cuore del racconto, ma il suo ritmo segreto. Il Maratoneta parla di un uomo costretto a correre senza averlo scelto, a resistere quando non è pronto, a scoprire che il vero traguardo non è la vittoria ma la sopravvivenza della propria integrità. La purezza di Babe — che continuiamo a vedere con il volto spaesato e determinato di Dustin Hoffman — non è ingenuità, ma ostinazione morale: la decisione di non lasciarsi contaminare, anche quando il mondo dimostra di essere molto più brutale di quanto si possa immaginare.

Ed è forse qui che il romanzo continua a parlare, a distanza di cinquant’anni. Non nella corsa, non nella violenza spettacolare, ma in quella domanda silenziosa che resta sospesa fino all’ultima pagina: quanto siamo disposti a resistere senza diventare ciò che ci perseguita?

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso