Vite in salita

Con l’attività di volontariato nella Cooperativa Sociale Spes Contra Spem di Roma, mi capita spesso di parlare con i ragazzi che vivono nella casa famiglia l’Approdo.

La struttura ospita otto minorenni che vengono da paesi lontani, soli, senza famiglie e punti di riferimento. Grazie al lavoro di educatori ed assistenti sociali sono accompagnati verso l’autonomia e il pieno inserimento sociale.

Mi fa piacere raccontare una sera a cena con loro parlando di sport, paure e voglia di riscatto.

 

Ieri sera all’Approdo c’era Luca, un ragazzo italiano arrivato da poco. Non dorme nella casa famiglia perché è maggiorenne, ha 19 anni, viene seguito solo di giorno, in quanto, in base alla legge italiana, è un “Articolo 25” e quindi tutelato come un minore.

Un passato adottivo andato male, fughe e arresti per borseggi, risse e furti. Una faccia sveglia, lineamenti sud americani, un viso simpatico. Fa tante domande. Mi racconta della sua passione per l’acqua e la palla a nuoto, ci capiamo e questo lo stimola a raccontarsi.

A cena siamo seduti uno davanti all’altro. Valeria, l’operatrice, ci lascia spazio. Aadil, il pakistano, siede a capo tavola, sta in silenzio ed è felice del suo riso cotto con spezie, patate e cipolle, noi lo mangiamo senza dire molto, è buono, piccante, sazia.

Rosario, il peruviano, mangia ed è nervoso. Scorre la lista dei contatti su whatsapp, fregandosene della regola di casa per cui niente telefoni a tavola. Sta passando un periodo controverso e il taglio dei capelli a zero è quanto mai un avvertimento.

Luca si lamenta che non ha soldi, sta cercando lavoro. “vedi se me trovo sto lavoretto posso pagare una piscina e tornare pure a nuoto, ma prima de tutto me serve ‘na casa, non se po dormi sempre sul notturno”.

Divide la notti tra la casa della sua ragazza Anna e le linee notturne dei bus in citta.

Come fai a dormire sull’autobus? “.

Luca lo racconta come fosse una sera tra tante. Prende un autobus e da mezzanotte alle 5.00 si fa portare avanti e indietro da un capolinea all’altro, con micro sonni da 23 minuti ciascuno. Il tempo di una sigaretta e riparte.

Non gli dicono nulla, nessuno gli dà fastidio. Preferisce le linee del quadrante est di Roma, così si sente protetto da Tor bella Monaca, il quartiere in cui ha vissuto per anni con la famiglia adottiva.

Le notti a casa di Anna sono difficili. “Quando dormo da lei ci dividiamo un letto singolo e a me me sembra er posto mejo der mondo, la mattina non me vorrei arzà mai.”

Non fanno 40 anni in due, la notte si abbracciano, si amano, senza troppe cautele. Corrono ai ripari con la pillola del giorno dopo. Affrontano leggeri l’ansia dei ritardo del ciclo di Anna.

La madre della ragazza non lo vuole in casa, chiama spesso la polizia per mandarlo via. Gli agenti lo conosco e lo riconoscono dai suoi tatuaggi. Una rosa dei venti colorata sull’avanbraccio destro, il nome di zia Carla, sul polpaccio, “lei è la sola che m’ha capito pe’ davvero”.

Luca mangia tutto il riso e si fa un panino con la carne. Parla al telefono con Anna, dice di aver chiuso il suo account di facebook. Lo hanno fatto insieme, per non avere distrazioni, perché adesso ciò che conta è trovare un lavoro, prendere una casa e sposarsi.

Mi chiede della mia vita e dei miei figli. Spera anche lui un giorno di averne uno, “per crescerlo bene” dice, “per non farlo dormire su un autobus”.

Se ne va Luca e porta via con sé il sorriso, due orecchini e quel ciuffo da 19 enne spavaldo e tanto debole, come tutti noi davanti a vite così faticose.

Marco Raffaelli