lunedì, Giugno 1, 2026
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Ventuno chilometri senza cartolina

La mia amica Susi mi aveva avvisata, con quel tono a metà tra la promessa e la minaccia:

«Guarda che non sarà una gara come quelle a cui sei abituata a Copenaghen».

Aveva ragione.

Ero a Roma, sì. Ma non nella Roma delle cartoline, delle piazze che si aprono all’improvviso, delle fontane che cantano e dei monumenti che si rincorrono a ogni angolo.

Zero Colosseo, zero cupole, zero sampietrini.

Solo l’Eur.

Un quartiere che di storia ne ha parecchia, anche se non è quella che si studia nei dépliant turistici. Me lo ricordavo dalle lezioni di urbanistica all’università: il mio professore ci aveva costruito sopra un esame intero. Razionalismo, linee nette, prospettive larghe come respiri trattenuti. E adesso ero lì, con un pettorale appuntato al petto, pronta a correre dentro quella teoria diventata asfalto.

Susi mi aveva detto: «È una gara veloce».

E già dal ritiro del pettorale avevo capito che aveva ragione. Tutto liscio, ordinato, pulito. Un’organizzazione che scorreva come una progressione ben fatta.

Il giorno dopo mi sono ritrovata in mezzo a migliaia di persone. Un caldo che, per una che arriva da Copenaghen, è praticamente estate piena. L’aria tiepida sulla pelle, quell’eccitazione collettiva che ti entra nelle gambe prima ancora del via.

Il countdown sotto il “Fungo” dell’Eur — e la mia amica Susi aveva creduto che il ristorante panoramico lassù girasse su sé stesso come una giostra elegante sospesa nel cielo romano. Un respiro profondo. Uno soltanto. Poi lo sparo.

Via. Verso il mare.

Roma cambia mille volte a ogni angolo, dicono. Ma su questa striscia d’asfalto sembra non cambiare mai. Eppure cambia eccome, se la attraversi correndo.

La Cristoforo Colombo ha un fascino ruvido, ostinato. È una strada che porta al mare da sempre. Qui le famiglie romane hanno fatto la spola estiva, anni ‘70, finestrini abbassati, bambini sul sedile posteriore, ombrelloni legati male sul tetto.

Ventisette chilometri totali, dal centro città è la strada urbana più lunga d’Italia. Un rettilineo che non perdona, ma che restituisce tutto.

Passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, sentivo che non stavo solo correndo una mezza maratona. Stavo attraversando una città laterale, meno raccontata, forse più vera.

Grazie alle mie gambe — e alla voglia testarda di esserci — siamo arrivate a Ostia.

Che non è un paese. Non è nemmeno una città, anche se potrebbe esserlo eccome. È un quartiere della capitale. Roma che finisce nel mare senza smettere di chiamarsi Roma.

Ventuno chilometri sono lunghi abbastanza per vedere molto più di quanto immagini.

I pini di Roma. Susi mi aveva detto: «Sono un pezzo della storia della città». Li ho contati quasi senza accorgermene, con le chiome larghe come ombrelli aperti sul cielo. Poi i nomi che per me suonavano strani, quasi esotici: Infernetto, Axa, Casal Palocco. Luoghi che in una guida turistica forse non troverai mai in copertina, ma che dentro una gara diventano tappe di un viaggio.

Alla fine, sul lungomare, ho capito cosa intendeva Susi.

Non è una gara come quelle di Copenaghen.

Non è solo una mezza maratona.

È una linea che unisce un quartiere nato da un’idea di città al mare che da sempre appartiene ai romani. È un rettilineo che ti costringe a guardarti dentro. È Roma senza scenografia, ma con tutta la sua anima lunga ventuno chilometri.

E io, danese in trasferta, in quella striscia di asfalto mi sono sentita parte di qualcosa che va oltre il tempo finale sul cronometro.

Sara da Copenaghen