Una nuova normalità …a distanza di sicurezza

Ieri mattina c’era il sole. Mi sono alzata tardi come ormai accade tutti i giorni da quando sono in quarantena, ma stranamente avevo voglia di correre.

Quella corsa che ti libera la mente, senza guardare passo, tempo e distanza sul garmin. Andare per il solo gusto di andare.

Non mi sono data un percorso, un tempo, un obiettivo. Volevo stare sola con i miei pensieri e così ho fatto.

Con molta calma mi sono avviata verso il solito giro non troppo distante da casa, pieno di salite come piace a me e con poche buche come piace alle mie caviglie.

Mi sono goduta il sole e la mia colonna sonora preferita, fatta di scarpe che mordono il suolo, respiro e sudore.

Le persone in strada non portano la mascherina, o al massimo la usano come ornamento. La paura è passata, forse troppo presto. Ancora qualcuno mi guarda come se fossi portatore sano di peste bubbonica, ma a me non importa.

La legge mi dice due metri e ormai mi sono specializzata in zig-zag tra macchine in doppia fila e code interminabili di persone davanti ai supermercati, ferramenta, bar contingentati ad un ingresso per volta.

Arrivo alla polizia. 4 km esatti da casa mia. L’obiettivo è un decino. Il telefono squilla.

Ecco. Mia madre come al solito. “stai vicina, non usare le cuffiette, se la strada è solitaria torna indietro, ieri a chi l’ha visto parlavano di uno che corre che è scomparso in un buco nero” e cose così. Invece la suoneria non è la marcia imperiale di guerre stellari. Non può essere lei. Rispondo.

E’ la mia amica Barbara. La compagna di mille avventure, ore interminabili al mercato e bellissimi allunghi sul vialone dell’istituto agrario, la prima gara insieme, la prima mezza insieme spalla a spalla, incoraggiandoci ad ogni metro.

La quarantena ci ha separate per tre mesi. Ci siamo viste solo quando le ho portato la pastiera a Pasquetta.

“Stai correndo?”

“Si sono alla polizia, su via…le mani dal naso!!Come si chiama sta via? Vabbuò hai capito…vieni con me?”

“Volevo chiederti se correvi, ma se già stai la…”

“Si, già sto qua ma ti vengo a prendere, così faccio 8 e aggiungo quelli con te che non mi va di tornare a casa…dammi il tempo di tornare”

“No vabbè mi devo ancora vestire!!”

“Ahhh!!Allora torno con calma”

In realtà se ho un appuntamento con qualcuno non riesco a fare con calma, infatti riguardando il garmin ho subito notato un’impennata della zona rossa, stavo spingendo per arrivare prima possibile. Mentre tornavo pensavo alla situazione.

Una nuova normalità alla quale potevo abituarmi. Un compromesso tra la libertà di correre con gli amici e la totale clausura. Un passo avanti. Dopo tutto siamo in fase 2, che non vuol dire che sia tutto finito e il pericolo scampato.

Occhi aperti e respiro protetto, mantenere le distanze per preservare la nostra salute fino al giorno in cui ci saranno zero contagi e la vita potrà riprendere come prima. Dopo tre mesi tutti abbiamo voglia di normalità, rimpiangiamo le cose belle che avevamo e perfino quelle brutte.

Personalmente la prima volta che ho smadonnato perché qualcuno girava senza freccia mi sono venuti gli occhi lucidi per la commozione.

Credo che al primo dito medio avrò una crisi di pianto! E’ così. Stiamo rivalutando le nostre vite e la libertà che personalmente considero il valore più grande che possa esistere.

Sono il William Wallace del 2020.

L’anno che ricorderemo per aver urlato dai balconi “Libertààààààà!!!”, mentre cercavamo di proteggerci da qualcosa che non sapremo mai da dove è venuto, dove andrà e che spero dimenticheremo nel giro di qualche mese, quando saremo tutti più poveri, ma spero vivamente più consapevoli.

Arrivo a casa di Barbara. Decidiamo di andare verso i palazzi bianchi dell’EUR. Un concentrato di monumentalità, minimalismo e simmetria. Si. Quell’opera d’arte che vedete in tutte le serie tv ambientate a Roma o a Londra ma girate a Roma, come Diavoli con Alessandro Borghi e Patrick Dempsey. A differenza del periodo in cui è stata girata la serie ora l’EUR, quello vero, sembra il set di “io sono leggenda”.

Per strada ci siamo solo io e Barbara. Mentre nelle zone più residenziali è pieno di gente, bambini con le biciclette o i pattini e anziani che portano il cane a fare la passeggiata, il centro nevralgico delle attività dell’EUR è deserto. Manteniamo i due metri di distanza.

La cosa comporta che per scambiare due parole dobbiamo strillare come due popolane che stendono il bucato da un palazzo all’altro e si raccontano la loro vita.

Barbara mi fa notare che non dobbiamo correre in fila perché quella dietro si becca tutto il sudore e le goccioline di respiro di quella davanti. E chi ci aveva mai pensato! Noi abituati a stare in griglia tra migliaia di persone, che corriamo schivando gli sputi di chi ci passa accanto, non avremmo mai immaginato di pensare al respiro e al sudore.

Eppure è così. Almeno oggi, questo mese, maggio 2020. Ma ci accontentiamo.

Avendo assaporato il boccone amaro della clausura, con il suo condimento di paura di morire di un male mostruoso e soffocante e una spolverata di insulti dai balconi, ci accontentiamo del nostro scampolo di libertà, mentre facciamo una foto in prospettiva dove le nostre mani sembrano unirsi anche se sono distanti due metri.