C’è un numero che racconta meglio di qualsiasi slogan la forza della corsa più inclusiva del pianeta: un milione.
È il numero delle edizioni di parkrun raggiunto sabato scorso, ventidue anni dopo quel primo appuntamento dell’ottobre 2004 quando, in una mattina ventosa a Bushy Park, nella periferia di Londra, appena tredici persone si ritrovarono per correre insieme cinque chilometri. Nessuno avrebbe immaginato che quel semplice incontro sarebbe diventato uno dei più grandi movimenti sportivi e sociali del mondo.
Come racconta il Guardian, oggi parkrun è presente in migliaia di località distribuite nei cinque continenti. Ogni settimana centinaia di migliaia di persone si ritrovano gratuitamente in parchi, lungomare, aree verdi e perfino all’interno di istituti penitenziari. Non esistono quote d’iscrizione, premi in denaro o classifiche che determinino il valore di una persona. Esiste soltanto un appuntamento fisso: il sabato mattina.
Cinque chilometri. Da correre, camminare, spingendo un passeggino, accompagnando un figlio o semplicemente prendendosi il tempo necessario per arrivare al traguardo.
È probabilmente questa la vera intuizione di Paul Sinton-Hewitt, fondatore di parkrun: trasformare la corsa da evento agonistico a rito collettivo.

Negli anni il fenomeno è cresciuto quasi esclusivamente grazie al passaparola. Nessuna campagna pubblicitaria milionaria, ma una comunità capace di coinvolgere amici, familiari e vicini di casa.
“È uno di quei rari movimenti sociali nati spontaneamente”, ha spiegato al Guardian Elizabeth Duggan, amministratrice delegata globale di parkrun. Una crescita costruita persona dopo persona, sabato dopo sabato.
La forza del progetto è tutta nell’inclusione.
Oggi circa un partecipante su cinque dichiara di essere sedentario al momento dell’iscrizione e la media dei tempi di percorrenza continua ad aumentare. Un dato che, anziché preoccupare gli organizzatori, rappresenta il successo dell’iniziativa: significa che arrivano sempre più principianti, camminatori e persone che cercano salute prima ancora della prestazione.
Nel Regno Unito oltre duemila medici di medicina generale inseriscono ormai il parkrun tra gli strumenti di “social prescribing”, prescrivendo attività fisica come supporto alla salute mentale e alla prevenzione di numerose patologie. Una scelta supportata da studi che evidenziano benefici non solo sul piano fisico, ma anche sulla riduzione dell’isolamento sociale.
Per molti, il parkrun è diventato molto più di una corsa.
C’è chi festeggia compleanni, chi organizza addii al celibato, chi sceglie il traguardo per una proposta di matrimonio. E c’è persino chi, detenuto in carcere, riesce a condividere l’esperienza con un familiare che corre nello stesso momento in un altro parco, trasformando quei cinque chilometri in un filo invisibile capace di tenere unite due vite lontane.
È la dimostrazione che il successo del parkrun non si misura nei cronometri, ma nelle relazioni che riesce a creare.
Anche in Italia questa filosofia sta lentamente trovando il proprio spazio.

A Roma il parkrun è ormai una presenza consolidata. Ogni sabato mattina, tra il verde della Caffarella, del Pineto, di Villa Pamphilj, del Parco degli Acquedotti e di altre aree cittadine, si ritrovano runner esperti, camminatori, famiglie e curiosi. Non c’è una linea di partenza riservata ai più veloci: tutti condividono lo stesso percorso e lo stesso traguardo.
Lo stesso accade a Milano, dove il movimento continua a crescere grazie agli appuntamenti organizzati nei grandi parchi cittadini. Anche qui la partecipazione è gratuita, l’organizzazione è affidata ai volontari e ciò che conta non è il tempo finale, ma esserci.
In un periodo in cui il running sembra spesso raccontato attraverso record personali, scarpe da trecento euro e preparazioni sempre più sofisticate, il parkrun ricorda che correre può ancora essere un gesto semplice.
Bastano un paio di scarpe, un parco e la voglia di condividere qualche chilometro con perfetti sconosciuti che, molto spesso, dopo il traguardo non lo sono più.
Forse è proprio questa la ragione per cui, dopo un milione di sabati, il parkrun continua a crescere.
Perché prima ancora di essere una corsa è un luogo dove le persone tornano. E, in un mondo sempre più veloce, sentirsi parte di una comunità può valere molto più di qualsiasi personal best.



