Il 6 gennaio avremmo dovuto correre la prima gara del 2026, personalmente vi avrei preso parte con i colori della nuova squadra, poi però la pioggia, le città, l’allerta meteo e sapete come è andata.
Il fatto è che indossare una canotta diversa, non muta lo spirito con cui andiamo in giro per le gare. Cambiare squadra non è facile, soprattutto quando non lo hai mai fatto prima. Nello sport amatoriale l’appartenenza conta: una maglia non è solo un colore, ma un contenitore di relazioni, abitudini, identità.
Le associazioni sportive sono questo: luoghi in cui si cresce insieme, si impara la fatica, si costruisce un senso di comunità che va ben oltre il risultato cronometrico.
Allo stesso tempo, l’associativismo porta con sé anche dinamiche più delicate. Le stagioni cambiano, le persone cambiano, e cambiano le realtà che alimentiamo con il nostro tempo e le nostre energie. A volte le visioni non coincidono più, altre volte semplicemente si sente il bisogno di un nuovo inizio. Non è una sconfitta, né un tradimento: è la naturale evoluzione di chi vive lo sport come parte della propria vita, e non come un compartimento stagno.
Le società sportive amatoriali hanno il grande merito di accogliere, formare, far sentire “a casa”. Ma, come tutte le comunità, possono attraversare momenti di stanchezza, di trasformazione, persino di distanza. Riconoscerlo non significa sminuirne il valore, ma rispettarne la complessità.
Resta la gratitudine. Grazie per tutte le gare, per le trasferte, per le storie che ho potuto raccontare grazie alle vostre fatiche. Grazie per aver dimostrato che lo sport amatoriale è soprattutto condivisione, aiuto reciproco, presenza.
Ci vediamo per strada, come sempre. Perché al di là delle canotte, i veri maratoneti si riconoscono così: pronti ad aiutarsi fino all’ultimo chilometro.






