Roma deve tornare a correre

A Roma in questo stato di cose non correremo più.

I costi fissi che un organizzatore deve sostenere per una gara rendono impossibile dar vita a eventi per come li abbiamo pensati fino a oggi.

Anche se pensati con poche centinaia di partecipanti, gli eventi che potrebbero nascere avrebbero un costo del pettorale fuori mercato a meno che la Pubblica Amministrazione non contribuisca economicamente a sostenere le spese o a calmierare i servizi a margine delle manifestazioni.

Sponsor privati, anche non sportivi, avevano lasciato il mercato già prima della crisi dovuta al Covid, sperare che brand di settore diano una spinta per tornare a correre è un miraggio.

Il running di domani deve essere ripensato in termini di spazio e numero di persone, correre tutti ogni domenica non è più fattibile. Prevedere tante piccole gare dove poter controllare la sicurezza sanitaria è necessario.

Questo però sarebbe possibile solo grazie a un supporto delle istituzioni, far ripartire il running a Roma è importante….

D’altro canto Roma è difficile in tutto, non ci sono ambiti sociali, politici, economici in cui prendere una decisione possa seguire una linea retta.

Il commento degli organizzatori della Roma Urbs Mundi nel loro comunicato di annullamento della prossima edizione è esemplare:

La situazione legata alla diffusione del virus ci impone molta prudenza, i protocolli federali sono assai stringenti e ripropongono il gravoso tema collegato alle responsabilità.

Si potrà pensare di fare gare da 1000 iscritti, numero chiuso, su circuiti controllabili da ripetere più volte come nel triathlon. Con ampie zone di accoglienza e distanziamento. Roma può essere grande quando serve.

Con un impegno di tutte le parti, noi podisti per primi, possiamo farcela.

In una fase d’emergenza, anche le leggi ed i comportamenti dovrebbero essere conseguenti.

Sottolinea Roberto De Benedittis – Responsabile nazionale Atletica ACSI

Non possiamo organizzare le gare in questo contesto con le stesse regole del pre covid. Le istituzioni dovrebbero comprendere che se non ci sono servizi essenziali, come la Polizia municipale, le transenne, la protezione civile, a carico delle amministrazioni, sarà difficile organizzare eventi come negli anni passati. Quindi, se non vogliamo far morire questo settore, servono subito delle scelte amministrative che permettano agli organizzatori di ricominciare la loro attività, in sicurezza, nel rispetto delle norme, ma al contempo, che permettano un equilibrio economico degli eventi.

Vogliamo credere che dopo quasi 7 mesi di emergenza sanitaria la lezione l’abbiamo imparata e noi sportivi forse più di tanti altri.

Non sarà difficile partire per scaglioni di massimo 200 atleti distanziati che tolgono la mascherina circa 500 metri DOPO il via, gruppi ogni 5 minuti minimo (nuova modalità, su spunto di buone pratiche già introdotte con successo in altri Paesi europei).

Milano, Pisa e non solo ci hanno dato l’esempio che correre in sicurezza si può.

Alla base delle scelte c’è sempre il solito paradigma: il consumatore decide e comanda.

Quando il prodotto non piace non lo compra ed in questo momento il podista ha un potere enorme.

Decide o no di manifestare il suo gradimento partecipando, nel contribuire a ridefinire le regole del gioco affinchè venga riaggiornato e attualizzato un pacchetto di servizi a corredo che è rimasto quello di 15 anni fa mentre i relativi costi lentamente aumentavano.

L’attuale tentativo di proporre “gare virtuali”, che sulla carta risulterebbe vincente e convincente, non ha creato i risultati sperati in una platea che non ha facilmente barattato la sua voglia di partecipazione con gli schemi di una merce fin troppo virtuale e poco tangibile in tema di emozioni e sentimenti.

Chi organizza dovrà porre attenzione ai nuovi stili di vita e ai nuovi “sentiment” del popolo corridore provando a cambiare in meglio l’archetipo attuale della corsa agonistica che rischia di non attrarre più come una volta…

Siamo pronti a un cambiamento per far tornare a correre in sicurezza la Capitale e l’Italia?