lunedì, Giugno 1, 2026
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Ritorno a scuola guardandosi negli occhi, speriamo.

Il rito del ritorno a scuola, pur cambiando forma nel corso del tempo, è qualcosa di rassicurante nella sua fissità ben poco liquida, per nulla virtuale: visualizziamo una scuola con un ampio cancello, la campanella in sottofondo, e queste centinaia di giovani fare lo stesso gesto, lo stesso percorso, avanzando più o meno compattamente verso il posto dove passeranno la mattinata e, metaforicamente, il luogo dove costruiranno il proprio punto di vista, dove sperimenteranno strade e intese, dove si metteranno in gioco relazionandosi tra pari e con gli adulti. Forse anche di più, molto di più, di una prova generale della vita.

La letteratura, il cinema, la musica, sono piene di descrizioni che dipingono questo mondo, dal suono della prima campanella in poi: autori di ogni epoca hanno provato a restituire le emozioni provate in età infantile e adolescenziale, cercando il cuore di quel particolare rapporto che si instaura tra compagni di classe, nonché tra alunni e professori.

Non è una famiglia – semmai è una famiglia consapevolmente a termine – , non è una semplice relazione di lavoro, non è un rapporto semplice né privo di scontri, ma è proprio la complessità che garantisce il fascino della narrazione scolastica, il non detto e il sussurrato del teatro che si mette in scena giornalmente tra i banchi di scuola.

Quest’anno un cambiamento, perlomeno nel mondo della scuola secondaria di secondo grado, c’è ed è l’impossibilità di utilizzare il proprio dispositivo cellulare nelle ore scolastiche, nemmeno a ricreazione, neppure in bagno.

Ogni provvedimento repressivo non andrebbe accolto con favore, si sa, ma potrebbe essere questa l’occasione, forse unica, in cui una censura diventa una libertà. Il cellulare procura disturbo e distrazione durante le lezioni: non ci sono dubbi, si spera che il buon esempio possa provenire anche dai docenti.

Il cellulare può indurre ad usare l’intelligenza artificiale come scorciatoia per verifiche di ogni genere: altrettanto vero, se si è così distratti ( i prof ) e così incastrati nella gabbia della scuola ( gli studenti ) da prendere la valutazione come il centro del dialogo educativo che, sembra strano, dovrebbe avere il voto solo come corollario necessario al processo di apprendimento.

Ma c’è qualcosa di più, forse, per cui questo provvedimento potrebbe restituire al mondo reale, anche in questo caso per un tempo limitato, cervelli e cuori di esseri in evoluzione:perché è come se la scuola dicesse loro “Okay, ragazzi, l’adolescenza non è una passeggiata e forse ce lo siamo scordati e forse la vostra è anche peggio della nostra perché oltre a costruire il vostro sé reale, avete un gran daffare a costruire il vostro sé virtuale, obbedendo a protocolli invisibili di tempi d’attesa tra visualizzazioni e risposte, in ossequio al basso continuo delle notifiche che, più che distrazione, stressano le  vostre giovani menti alla ricerca continua della connessione e dello stare al passo.

Ebbene, da quest’anno la scuola vi sta dicendo che qui e ora potete rilassarvi, potete riprendere a guardarvi negli occhi nei momenti di pausa, o addirittura a parlare e a conoscervi o a riconoscervi senza l’ausilio del “respiratore relazionale”.

Sì, perché il cellulare è diventato il vostro garante di comunicazione, l’unico strumento che vi rende palesemente dipendenti e sfacciatamente impossibilitati a sperimentare altro.

La scuola potrebbe diventare un’oasi di calma, un esempio virtuoso di disconnessione in cui riprendere la vita in mano con tutti e cinque i sensi provando a centrarsi sulle attività , quelle sì, che dovrebbero garantirvi libertà e costruzione del pensiero, scoperta delle proprie attitudini, concentrazione e consapevolezza.

Provate a prenderla così e chissà che la società civile non possa prendere esempio da questo inedito stato di cose, chissà se riusciremo a vedere qualche tavolo di ristorante con qualche cellulare o tablet in meno lasciato in mano a qualche bambino di 2 anni, chissà se le strade e le piazze, quest’autunno, saranno meno illuminate dalle luci dei dispositivi che si muovono nei passeggini, chissà se qualcuno, tornando a casa, dirà ai suoi genitori: “A ma’, ma lo sai che all’uscita, oggi, mi sono scordato di riprendere in mano il telefono? L’ho lasciato nello zaino fino a casa! Che mi sta succedendo?”. Chissà.

A tutti, in ogni caso, l’augurio di un anno di sfide e di immaginazione, di scoperte inattese e di suggestive curiosità. Possiamo ancora farcela.

Elvio Calderoni
Ho vissuto senza sport per i miei primi 40 anni. Adesso diciamo che sto recuperando, dato che ho un sacco di muscoli e fiato ancora nel cellophane. Cultore della parola detta e scritta, malato di cinema, di musica, di storie. Correnti, già corse e da correre.