Quando il mio mondo ha iniziato a restringersi

Il venti febbraio duemilaventi ho issato me stessa ed il Figlio su un aereo diretto in Sudonia, per festeggiare il centesimo compleanno dell’Amata Nonna.

Ho detto al Figlio di tenersi coperto e di non toccare niente.

Per l’indomani s’attendeva l’arrivo dell’ultimo pezzo di famiglia, il Dottor P., quella che di mestiere fa il medico e s’è trasferita da pochi mesi in un ospedale piccino della rinomata sanità Nordonica.

(siamo abituati a incontrarci a spizzichi e mozzichi, signoramia, perché le famiglie moderne della Sudonia hanno la caratteristica di esplodere con grande fragore e attecchire altrove. Rivedersi tutti insieme è affare da concordare in sede diplomatica).

Il Dottor P. in Sicilia non ci è mai arrivata, perché il suo tranquillo ospedale Nordonico si è trasformato nell’inferno in terra proprio quando ella varcava la soglia dell’area imbarchi a Linate.

Cinque positivi in reparto. Via, presto, dietrofront!

In quel momento il Dottor P. è stata inghiottita in una dimensione parallela, sospesa nel tempo e nello spazio, da cui sono giunte regolari e costanti comunicazioni. La Signora Madre ha iniziato a invecchiare quel giorno.

A ogni modo, l’Amata Nonna ha avuto una festa in grande stile.

Ci siamo tanto abbracciati e baciati, abbiamo mangiato dolci fino a scoppiare e scattato fotografie di cui Figlio un giorno si vergognerà. Il febbraio siciliano ha regalato giorni di sole e di vento, così da strappare un’ora e mezzo di corsa allo Stretto, col mare negli occhi e la maglietta a maniche corte.

Sul volo di ritorno ho infilato una mascherina chirurgica a Figlio, dicendo che a carnevale è opportuno travestirsi da supereroi: lui Spiderman, io Batman.

Il Figlio ha accettato di buon grado, ma a sette anni è ancora facile fregarli.

Poi l’avvisaglia del male è arrivata come un’onda lunga.

Il mondo ha iniziato lentamente a restringersi.

Ci sono due momenti specifici che sono rimasti impressi, poco prima che i confini dell’universo coincidessero con la soglia di casa:

-Una pausa pranzo a passeggio per Roma già mezza vuota e impaurita, in cui si poteva addirittura sentire il click clack dei tacchi sul lastricato e parlare senza alzare il tono di voce. Sembrava di galleggiare in una bolla leggera. Poi la vista di una mascherina chirurgica abbandonata sul marciapiede, accanto a un gelato spiaccicato, ha rotto la bolla e m’ha portato giù a terra con un rumore sordo;

-L’ultima corsa in solitaria all’aperto, nei boschi intorno al lago di Castel Gandolfo.

Dopo la corsa ho guardato le nuvole passare veloci sull’acqua e ho dimenticato il pericolo, ho bevuto un bicchiere di rosso molto cattivo e ammirato il panorama dei Castelli Romani.

È presto per trovare il senso di questi giorni rubati alla vita; è presto per descrivere le montagne russe emotive, la paura del futuro, la commozione nel sentire una voce.

Tutti abbiamo fatto il gioco del dopo, stilando una lista dettagliata delle cose da fare una volta finita l’emergenza.

Il gioco del dopo è finito quando s’è capito che l’emergenza sarebbe diventata una lunga contingenza.

È presto per dire quanto mi siano mancati gli abbracci non dati, perché in alcuni momenti la sensazione è stata così vivida da bruciare dentro, tale e quale a una tempesta di fulmini.

È presto per capire quante altre donne sono diventata: madre e maestra ed educatrice, donna di casa e indefessa cuciniera, aspirante musicista e podista ingabbiata.

Così ho costruito un mondo e l’ho arredato di ramazze, postazioni virtuali di lavoro e di studio, un tapis roulant, molti fogli da disegno, i quaderni a quadretti di prima elementare e un vaso di tulipani freschi ogni settimana.

Sono consapevole di essere una privilegiata, il due per cento del mondo che può permettersi di aspettare la fine dell’onda. Di questo ringrazio tutto il pantheon occidentale.

Mia nonna è morta un mese dopo il suo compleanno.

E’ andata via in grazia, non per un virus maligno ma perché era arrivato il suo tempo. E’ morta nel suo letto, circondata d’amore proprio come è vissuta.

Il Dottor P. resiste, si protegge e va avanti come un ariete. La piccola di casa è anche la più forte di tutti.

La Signora Madre e il Dottor Padre si annoiano in una gabbia dorata vista mare, per fortuna! in quanto all’improvviso una pandemia li ha trasformati da Animali Sociali in Soggetti a Rischio.

Il Figlio fa scuola virtuale, logopedia virtuale, trasforma la sua stanza in una pinacoteca reale e allinea i pupazzi in una classe, sognando il ritorno sui banchi.

Il Gatto inizialmente è stato molto felice di averci a casa, ma subito dopo ha capito d’aver perso l’egemonia domestica. Di certo l’abbiamo sfamato per il triplo dei suoi bisogni e, dunque, sarà il primo a filare dal nutrizionista.

Un giorno di tarda primavera tornerò a corrermi Roma dall’alto del Gianicolo fin giù alla ciclabile.

Mi riapproprierò palmo a palmo dei sanpietrini e del rumore del fiume. Tornerò a definire i toponimi come il Chilometro Cinque, lo Stretching e il Ristoro. Con sommo sforzo, punterò la sveglia alle cinque e attraverserò la città addormentata, sul punto di stiracchiarsi nell’alba e sapendo che, da lì a pochi minuti, gli esseri umani torneranno a strombazzare il proprio disappunto.

Adesso no, adesso meglio lasciarla lì, Roma, perché è un morticino lindo e desolato che fa pena a guardarsi, un po’ come la Cecilia dei Promessi Sposi.

Tanto lo so che il giorno in cui deciderò di tornare a correre fuori, ecco, sicuramente pioverà.

Adele Cucinotta

 

Foto – Luca Bonanni foto4go