lunedì, Giugno 1, 2026
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Perché corriamo? Riflessioni tra sudore, caldo e virtù

Questa mattina, mentre leggi queste righe sorseggiando un caffè e addentando un pasticciotto pugliese, una buona parte del milione di italiani che pratica regolarmente il running si è già allenata.

Qualcuno in città, qualcun altro in località di villeggiatura. Forse tra chi sudava in salita all’alba c’eri anche tu.

La corsa è ormai una pratica diffusa, con preparazione, attrezzatura e obiettivi sempre più curati. Molti di questi runner, in autunno, affronteranno una maratona.

Un tempo la 42 km era un’impresa quasi mitica, capace di incantare amici e parenti; oggi, per molti, è diventata solo una tappa intermedia. E così sono arrivati gli ultramaratoneti: persone per cui 42 km sono solo un riscaldamento, capaci di correre gare da 100 km o più con una regolarità che lascia sbalorditi.

Basti pensare alla Spartathlon: 245 km da Atene a Sparta, di notte, sulle orme di Fidippide. Meno di un terzo degli atleti arriva al traguardo. Il fascino? L’esclusività, la selezione naturale della fatica.

Ma al di là delle distanze, resta una domanda che prima o poi tutti i runner si pongono: perché corriamo?

san francesco marathon

Non parlo della risposta rapida, quella che diamo al collega curioso o al vicino di casa: «perché sì». Parlo di quella che ti attraversa la mente quando la sveglia suona e fuori è ancora buio, piove, e l’umidità sembra già insinuarsi nelle ossa. O quando ti ricordi di quanto eri veloce un tempo, e sai che oggi non lo sei più.

Eppure la fatica è la stessa di sempre. È un filo invisibile che ti collega al passato e ti spinge nel futuro. Ma poi capisci che ciò che conta è il presente: la salita che stai affrontando, il respiro che accelera, il passo che tiene. Forse l’unica vera risposta è proprio questa: il piacere di vivere il momento attraverso lo sforzo scelto.

Sotto la doccia bollente, la domanda torna. Perché lo faccio? Forse perché dopo tanti anni non saprei immaginare una vita senza la mia dose quotidiana di fatica. Forse perché, come direbbe Dante, «seguir virtute e canoscenza». Ogni allenamento è conoscenza di sé: della forza che resta, della determinazione, della voglia di sfidare il disagio.

La corsa, in fondo, è una forma di esplorazione interiore. Ci rivela chi siamo oggi, ci tiene ancorati al presente, e ci insegna che non serve essere giovani, veloci o pieni di grandi speranze per trovare valore nello sforzo. Serve solo un paio di scarpe, un po’ di strada e la volontà di mettersi alla prova.

E forse, alla fine, corriamo proprio per questo.