C’è una nuova forma di ansia contemporanea che non ha ancora un nome preciso, ma la riconosciamo tutti: è quella sensazione di dover esserci. Sempre. Ovunque. Subito.
Una vita in overbooking. Dai viaggi ai concerti, dai ristoranti ai musei: tutto è pieno esattamente nel momento in cui decidiamo di partecipare. Non basta più desiderare un’esperienza, bisogna prenotarla, garantirsela, bloccarla con largo anticipo. Ma quel biglietto non è più solo accesso: è una certificazione di presenza. Una prova sociale.
Non compriamo più solo un evento, ma il diritto a dire “io c’ero”.
Questa logica si sta estendendo ovunque, anche dove — almeno simbolicamente — pensavamo fosse rimasto spazio per qualcosa di più essenziale. Come la corsa. Come la maratona.
Il caso Londra: correre di più per far correre tutti
Secondo quanto riportato dal Guardian, la Maratona di Londra sta valutando una svolta storica: trasformarsi in un evento di due giorni già dal 2027. L’idea è semplice quanto rivelatrice dei tempi: raddoppiare.
Due gare, sabato e domenica. Cinquantamila corridori al giorno. Centomila partecipanti complessivi. Un record mondiale.
Dietro questa proposta ci sono numeri che parlano chiaro: oltre 1,1 milioni di richieste per l’edizione 2026, contro le 410.000 di appena tre anni fa. Una domanda che esplode, mentre l’offerta — per definizione — resta limitata.

E allora si fa come nei concerti: si aggiungono date. Con una differenza sostanziale. Qui non si tratta solo di spettacolo, ma anche di beneficenza: Londra è già il più grande evento annuale di raccolta fondi al mondo in un solo giorno, con oltre 87 milioni di sterline raccolte. L’obiettivo del formato “double” sarebbe superare i 130 milioni.
Più posti, più partecipanti, più fondi. Più tutto.
La corsa come metafora (non solo sportiva).
C’è qualcosa di profondamente simbolico in tutto questo. La maratona, per anni, è stata il luogo della selezione naturale: fatica, allenamento, sacrificio. Oggi diventa anche il luogo della selezione sociale: chi riesce a entrare, chi resta fuori.
E allora la risposta del sistema è includere di più. Allargare. Moltiplicare. Ma la domanda resta: stiamo davvero cercando di partecipare… o stiamo inseguendo la paura di restare esclusi?
Perché la stessa dinamica vale per tutto: prenotiamo con mesi di anticipo, accumuliamo esperienze, rincorriamo eventi. Non per viverli fino in fondo, ma per non perderli.
È l’“overliving”: non possiamo rinunciare a nulla.
Nemmeno a 42 chilometri di fatica.
Più accesso o più pressione? La proposta londinese può essere letta in due modi. Da un lato è un’apertura: più persone coinvolte, più comunità, più beneficenza. Un evento che diventa ancora più inclusivo, quasi “ecumenico”, capace di unire élite e amatori, sport e società.
Dall’altro, però, rischia di essere l’ennesima risposta a una domanda che non smette di crescere: quella di esserci a tutti i costi. E allora forse la vera domanda non è se sia giusto correre due maratone in un weekend. Ma se siamo ancora capaci di scegliere a cosa rinunciare.
O se ormai anche la fatica più autentica — quella della corsa — è diventata solo un’altra voce nella nostra agenda piena.






