Il 17 e 18 ottobre Napoli sarà soprattutto una città da correre. Ci saranno quelli che hanno già il pettorale della Neapolis Marathon, quelli che hanno scelto la mezza maratona, quelli della Sea Run e quelli che arriveranno in città per accompagnare un runner.
Ma ci sarà anche chi, in quel fine settimana, avrà voglia di fare qualcosa che con la corsa ha molto più in comune di quanto possa sembrare: guardare Napoli attraverso il tempo, il corpo e la materia.
Perché una città come questa non si attraversa soltanto correndo.

Si può entrare nella sua storia, fermarsi davanti a un’opera, osservare come tre secoli possano essere ancora presenti davanti ai nostri occhi. Due luoghi, in particolare, possono raccontare questa storia in maniera sorprendente.
Il primo è la Cappella Sansevero.
Davanti al Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino succede una cosa strana. Si guarda un corpo scolpito nel marmo e si ha la sensazione che qualcosa si stia ancora muovendo.

Il velo sembra scendere. Le pieghe sembrano seguire il corpo. La materia, che per definizione dovrebbe essere immobile, sembra avere un tempo proprio. Il marmo è fermo, ma l’immagine continua a cambiare mentre la guardiamo.
Poi si può andare avanti, attraversare Napoli e arrivare allo Jago Museum.

Qui il marmo appartiene al nostro tempo. Jago lo utilizza ancora per raccontare il corpo umano, la fragilità, la vita, la morte, le contraddizioni dell’uomo contemporaneo. Non è necessario mettere Sanmartino e Jago uno contro l’altro.
È più interessante metterli uno accanto all’altro.
Due artisti separati da quasi tre secoli che chiedono alla stessa materia di raccontare l’uomo. E allora, a questo punto, la maratona cambia significato.
Perché domenica mattina il marmo resterà fermo. A muoversi saranno migliaia di corpi.
Chi correrà 42,195 chilometri, chi ne farà 21,0975, chi affronterà gli 11,1 della Sea Run. Partenze, passi, fiato, sudore, fatica. Tutto dentro una città che per qualche ora diventerà una strada da attraversare.
Un corpo scolpito nel marmo cerca di trattenere un istante. Un corpo che corre fa l’opposto.
Attraversa il tempo.
Una maratona, in fondo, è proprio questo: trasformare il tempo in distanza. Le ore diventano chilometri, i minuti diventano passi, la fatica diventa strada. E quando tutto finisce non rimane quasi nulla di quel movimento.
Rimane una medaglia, una fotografia, un risultato.
Il resto è passato.
Forse è proprio questo che Napoli può raccontare a chi arriverà per la Neapolis Marathon. Che il tempo può essere vissuto correndo oppure osservato dentro una pietra. Che un corpo può lasciare una traccia sulla strada o essere consegnato al tempo attraverso uno scalpello.
E che una città può contenere entrambe le cose.
Il 18 ottobre Napoli correrà.
Ma chi avrà qualche ora libera potrà anche fermarsi. Perché qualche volta, per capire davvero quanto veloce passa il tempo, bisogna guardare qualcosa che sembra non muoversi affatto.
Il marmo.
I link ai due musei :



