Maratona di New York, quella che tutti vorrebbero correre. O forse no?

Domenica 1° novembre torna la maratona più famosa del mondo. Quella che costa una fortuna, che comincia quando normalmente stiamo ancora dormendo e che, una volta finita, lascia ricordi difficili da dimenticare.

«Hai mai corso la Maratona di New York?»

Dite la verità, quante volte ve lo hanno chiesto?

Puoi aver corso venti maratone, magari tutte sotto le tre ore, ma se dici che hai fatto New York diventi improvvisamente interessante anche per chi non sa quanto sia lunga una maratona.

E pensare che un tempo c’era persino chi chiedeva se quella di New York fosse più lunga delle altre.

Sono sempre 42 chilometri e 195 metri. Solo che a New York, in certi momenti, sembrano molti di più.

Domenica 1° novembre la Grande Mela tornerà a riempirsi di maratoneti. Nel 2025 sono stati oltre 59.000 quelli arrivati al traguardo, un numero che racconta quanto questa gara sia diventata un fenomeno sociale prima ancora che sportivo.

La maratona che comincia alle quattro del mattino

Chi ha corso New York conosce bene il primo avversario della giornata: la sveglia.

Alle quattro sei già in piedi, magari dopo aver dormito pochissimo. Poi la metropolitana, il traghetto, gli autobus e l’arrivo a Staten Island.

La città è ancora buia, la metro è piena soltanto di podisti con vecchie tute, sacchetti per proteggersi dal freddo e lo sguardo di chi si domanda perché abbia speso tanti soldi per alzarsi a quell’ora.

Alla partenza sei un numero, una lettera, un colore. Ti sdrai sull’erba, mangi qualcosa, aspetti. C’è persino chi riesce a dormire.

Poi arriva il momento di partire e capisci una cosa bellissima: non sei spettatore di un grande evento. Sei tu, insieme a migliaia di altre persone, l’evento.

Cinque distretti e qualche illusione di troppo

Il Verrazzano è spettacolare, ma comincia subito a presentare il conto. Brooklyn è una festa, il Queensboro Bridge ti lascia quasi solo con il rumore delle scarpe sull’asfalto.

Poi arriva Manhattan.

First Avenue sembra non finire mai. È larga, piena di pubblico e con una pendenza che dopo trenta chilometri si fa rispettare.

Il Bronx, il ritorno a Manhattan, la Fifth Avenue e infine Central Park. Le gambe fanno male, ma ormai senti il traguardo.

Un consiglio per chi correrà domenica: non fatevi trascinare dall’entusiasmo del pubblico. A New York tutti vi incitano, gridano il vostro nome e vi fanno sentire degli eroi. Ma gli ultimi chilometri dovete correrli voi.

E soprattutto, non è obbligatorio fare il personale nella maratona più famosa del mondo.

Quanto costa un sogno?

Parliamone, perché New York è anche una gigantesca macchina economica.

Iscrizione, volo, albergo, trasferimenti e qualche acquisto compulsivo all’Expo: per un podista italiano la trasferta può costare diverse migliaia di euro.

Un business enorme, certamente. E non bisogna andare fino in America per vivere una grande emozione correndo una maratona.

Ma New York ha qualcosa di particolare: la capacità di trasformare la fatica di migliaia di sconosciuti in una festa collettiva, con una città intera che sembra correre insieme a loro.

La domanda più bella arriva il giorno dopo

C’è una differenza che mi ha sempre colpito.

Quando torni in Italia e racconti di aver corso New York, la domanda è quasi inevitabile:

«Quanto ci hai messo?»

A Manhattan, il giorno dopo, cammini con la medaglia al collo, magari scendendo le scale della metropolitana di traverso perché i quadricipiti hanno deciso di scioperare.

Un passante ti sorride e ti chiede:

«Did you enjoy the race?»

Ti sei divertito?

Non quanto hai impiegato, non se hai fatto il personale. Soltanto se ti sei divertito.

Ed è forse questa la cosa più bella che New York riesce a ricordarci.

Ci rivedremo a New York, un giorno di novembre

Nel mondo del running ci sono quelli che sognano di correre New York almeno una volta, quelli che ci tornerebbero ogni anno e quelli che dichiarano orgogliosamente: «Io a New York mai».

Domenica molti di noi saranno sul divano, magari dopo una gara mattutina o un lungo di preparazione alle maratone invernali.

Guarderemo il Verrazzano pieno di gente, Brooklyn, Manhattan e Central Park.

Per chi non ci è mai stato saranno immagini di un sogno da realizzare. Per chi ci ha corso saranno ricordi che tornano all’improvviso: la sveglia alle quattro, il traghetto, il freddo sull’erba, il rumore di First Avenue, gli ultimi metri prima del traguardo.

Perché forse la domanda più importante non è se abbiamo corso New York, e nemmeno quanto ci abbiamo messo.

È se siamo ancora capaci di divertirci come bambini quando indossiamo un paio di scarpe da corsa.

E voi? A New York ci tornereste domani, sognate di andarci oppure siete tra quelli che non ne vogliono proprio sapere?