In tutte le famiglie dove c’è un podista, prima o poi arriva una giornata speciale.
Una di quelle in cui un figlio di 19 anni – nella piena e inarrivabile fioritura della sua autonomia – ti guarda e dice, con nonchalance:
“Pa’, domani mattina corriamo insieme?”
E tu, lì per lì, fingi calma. Abbozzi un “ok” neutro.
Ma dentro, lo sappiamo, succede un piccolo terremoto.
Un rimescolamento emotivo che parte dal diaframma e ti si allarga al cuore. Una roba da citazione di Mario Brega, per capirci.
Del resto, già il solo fatto che il rampollo ci abbia concesso cinque giorni, cinque, di vacanza insieme in Sardegna rappresenta una congiunzione astrale irripetibile.
Altro che allenamento, qui si parla di miracoli familiari.
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Ore 8:00. Lungomare di Bosa.
Due generazioni al via: abbigliamento tecnico, facce serie, buone intenzioni.
Il programma: un 10K tra la brezza salmastra di Bosa Marina e i vicoli colorati del borgo antico.
Io provo a fare il padre motivatore: gli parlo di ritmo, di economia del gesto, delle virtù delle sue adidas Supernova – fresche di scatola – e di come spezzare mentalmente la fatica in micro-traguardi.
Lui, nei primi chilometri, ascolta. Condivide. Sbuffa. Impreca.
Poi, dal settimo in poi, si fa silenzioso. La corsa gli pesa. Io insisto con le frasi da coach e provo a ricordargli che ha 35 anni meno di me. Ma niente.
Sul finale, come fosse un rito iniziatico, trova un’energia segreta, mi supera senza nemmeno faticare troppo, sgomita, chiude forte.
Poi sale in macchina. In silenzio. Come se non fosse successo nulla.

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Più tardi, provo a chiedergli un commento sulla “bella corsa” insieme.
Sono passate le 13.00. Ancora non mi parla.
Tra pochi giorni riparte.
Spero almeno in un saluto… prima dei controlli in aeroporto.
Podisticamente, lo spero davvero.
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Perché diciamolo: quando un figlio ti chiede di correre con lui è come se si riaprisse, per un attimo, una porta.
Una porta che pensavi chiusa da quando ha smesso di chiederti come fosse andata la gara di domenica, o se avevi vinto quel trofeo della “Corsa del fagiolo scureggione” a Ischiano Scalo.
È finita da tempo l’epoca in cui curiosavano nel pacco gara per rubarti le merendine, o ti prendevano in giro per le scarpe fosforescenti.
Oggi non vogliono sapere niente delle tue corse.
E soprattutto, non vogliono che tu gliene parli.
Oggi ti accompagnano solo se la gara è a New York, Londra o Tokyo.
E anche lì, ti aspetteranno sulla Fifth Avenue, con la tua carta di credito in mano.
Dell’arrivo, della medaglia, del tempo… non gliene frega nulla.
E forse è giusto così.
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Ma vuoi mettere?
Correre con un figlio — anche solo una volta, anche solo per pochi chilometri — è un privilegio raro.
Un equilibrio fragile tra il tuo passato e il suo futuro.
Tra il tuo fiato e il suo passo.
Un momento in cui il tempo si piega un po’, e vi corre accanto.
Anche se poi, in macchina, non ti parla più fino alla fine della sua vacanza.






