Ma chi lo decide quanto vale la maratona degli altri?

Ogni tanto torna fuori questa polemica: chi cammina una maratona non la rispetta. Chi ci mette sei ore non è un vero maratoneta. La maratona va corsa, possibilmente entro quattro ore, altrimenti tanto vale non farla.

E io, sinceramente, continuo a non capire.
E continuo a scrivere di questo.

Le maratone hanno dei regolamenti. Hanno dei tempi limite. Alcune ammettono anche chi pratica camminata sportiva, altre hanno limiti che di fatto la rendono impossibile.

Se un’organizzazione stabilisce un tempo massimo e io rispetto quel tempo, quale altra regola avrei violato? Quella inventata da qualcuno che ritiene la propria prestazione più degna della mia?

Se vogliamo una maratona riservata esclusivamente ai più veloci, basta stabilire limiti di partecipazione più severi.

Ma siamo sicuri che sia questo lo sport che vogliamo?

Perché, diciamocelo, oggi le grandi maratone sono anche enormi macchine economiche. Migliaia di iscritti, viaggi, alberghi, sponsor, indotto. I partecipanti più lenti contribuiscono a tutto questo esattamente come quelli veloci, anzi forse sono la parte più consistente!

E allora vanno bene quando pagano l’iscrizione, ma diventano un problema quando tagliano il traguardo?

E poi, soprattutto, in che modo la prestazione di una persona più lenta dovrebbe togliere valore a quella di una persona più veloce?

Se ziapeppina, a sessant’anni, a cinquanta o settanta, decide di prepararsi per affrontare 42 chilometri camminando, che cosa toglie a chi li corre in tre ore?

Assolutamente niente.

Eppure sembra che per qualcuno il valore della propria impresa dipenda anche dal poterla negare agli altri.

Io le maratone le faccio con Paolo.

Non le faccio per dimostrare di essere più forte di qualcuno. Non le faccio per inseguire un tempo. Le faccio perché sono un viaggio che condividiamo.

Ci prepariamo, partiamo, attraversiamo città, affrontiamo chilometri, stanchezza, momenti belli e momenti difficili.

E quando arriviamo al traguardo e ci guardiamo negli occhi, sappiamo entrambi che abbiamo aggiunto un altro mattoncino alla nostra relazione.

È una cosa nostra.

Forse, se un giorno decidessimo di non farle più insieme, io non avrei nemmeno interesse a continuare.

Chi può permettersi di giudicare una motivazione così personale?

E la mia è soltanto una delle migliaia di motivazioni che ogni anno portano le persone sulla linea di partenza.

C’è chi vuole fare il personale. Chi vuole qualificarsi per una gara importante. Chi corre per ricordare qualcuno. Chi vuole ritrovare fiducia nel proprio corpo. Chi ha attraversato un periodo difficile e vuole dimostrare a se stesso di potercela fare. Chi ha bisogno di un obiettivo per continuare ad allenarsi.

Chi corre veloce, chi corre piano, chi alterna corsa e camminata, chi pratica fitwalking. Chi arriva sorridendo e chi arriva trascinandosi negli ultimi chilometri.

Non sappiamo nulla delle storie che ci sono dietro.

Eppure ci sentiamo autorizzati a giudicarle attraverso un numero sul cronometro.

E a chi dice che camminando sono capaci tutti, rispondo sempre la stessa cosa: provateci.

Provate a percorrere 42,195 chilometri in fitwalking, mantenendo un passo di 8:15 o 8:30 ma anche a 9 minuti al chilometro per quasi sei ore. Poi ne riparliamo.

Non perché sia la stessa cosa che correre una maratona. Non lo è.

Ma perché non essere la stessa cosa non significa non avere valore.

Io non ho bisogno che qualcuno riconosca alla mia maratona lo stesso valore tecnico di quella di un atleta che corre in tre ore. Sarebbe un confronto senza senso.

Vorrei soltanto che si smettesse di pensare che esista un unico modo legittimo di vivere lo sport.

Perché, alla fine, queste persone si stanno allenando, si stanno mettendo alla prova, stanno dedicando tempo alla propria salute, al proprio corpo, al proprio benessere. Stanno facendo qualcosa che le rende felici, che dà loro uno scopo, che magari le aiuta a superare un momento difficile.

Ma perché mai tutto questo dovrebbe essere un problema per qualcun altro?

Io credo che il punto sia proprio qui: imparare a stare nei propri passi, nelle proprie scarpe, nelle proprie prestazioni e nelle proprie motivazioni.

Senza avere continuamente bisogno di misurare, sminuire o giudicare quelle degli altri.

Perché il cronometro misura quanto tempo abbiamo impiegato per arrivare.

Non misura quello che quel traguardo significa per noi.

Giulia Vistoli

dalla sua pagina CULONACHALLENGE