Lionel Messi e la forza di una pulce

Questa è una storia che ha il sapore del riscatto e il fragore di una risata, quella del “ride bene chi ride ultimo”.

È la storia di un bambino piccolo piccolo, dalle ossa sottili, che non cresceva di statura e che per questo i genitori, preoccupati, decisero di sottoporre a delle visite di controllo.

Si chiamava Lionel Messi e aveva 11 anni quando gli fu diagnosticata un’insufficienza nella produzione dell’ormone della crescita: il suo corpo non si sarebbe sviluppato come avrebbe dovuto.

Purtroppo i genitori non potevano permettersi i farmaci costosi di cui il figlio aveva bisogno: il padre lavorava in una fabbrica e la madre faceva le pulizie.

A scuola tutti lo chiamavano “la pulce”, lo prendevano in giro per la sua bassa statura e non gli passavano mai il pallone.

A Lionel piaceva tantissimo giocare a calcio e aveva un incredibile talento, ma lo rifiutavano sempre tutti.

Finché un giorno non fece un provino per la squadra del Barcellona e l’allenatore rimase talmente colpito dalla sua innata bravura che decise di pagargli le cure.

La fretta dell’allenatore di chiudere l’accordo fu tale che scrisse il contratto sul tovagliolo del ristorante in cui stavano mangiando.

Una domenica di settembre dell’anno 2000 Lionel aveva girato un video dove faceva la “foca”, cioè 118 palleggi con un’arancia, 140 con una pallina da tennis e 29 con una pallina da ping-pong. Nel video era timido, si vergognava.

Si spogliò fuori dallo spogliatoio, si bendò le caviglie secondo un’usanza argentina, scese in campo e giocò, facendo sembrare tutti birilli: era un fenomeno.

Da lì a poco Leo Messi – come il mondo ha imparato a chiamarlo – si dimostrò uno dei calciatori più grandi della storia.

Nel 2012 è riuscito a battere il record di 85 gol segnati in un anno, facendone 91.

In tutti questi anni si è rifiutato di giocare con squadre diverse, nonostante le cifre da capogiro che gli sono state offerte, perché legato nel profondo al Barcellona.

È la squadra che lo ha aiutato, da bambino, nel momento in cui ne aveva più bisogno.

E lui lo sa, lo ha sempre saputo come ci si sente ad aver bisogno di aiuto, quando tutti ridono di te e ti prendono in giro, quando ti isolano e ti mettono da parte.

È per questo che oggi è un grande sostenitore e difensore dei diritti dell’infanzia, gestisce la sua organizzazione di beneficienza e finanzia gli ospedali perché possano curare i bambini che ne hanno bisogno.

Le differenze si combattono con la forza e la consapevolezza delle proprie capacità, qualsiasi esse siano.

Chi si vanta di essere migliore e lo dimostra umiliando gli altri con soprusi e violenze dev’essere messo davanti alle sue insicurezze e aiutato a riconoscerle.

Perché in fondo parte tutto da lì, dall’accettare che tutti noi, in quanto esseri umani, abbiamo i nostri limiti. L’importante è non farli diventare un alibi per fare del male al prossimo, ma avere l’umiltà di riconoscerli e avvicinarsi agli altri con rispetto e senso di solidarietà.

Avere l’umiltà di aprirsi al confronto, affinché le relazioni diventino spazi di libertà in cui ognuno possa sentirsi accolto e incoraggiato a sviluppare i propri preziosi talenti.