Un vecchio allenatore mi disse una volta: la vera fortuna di un amatore non è il cronometro, ma l’incontro.
Quello con la persona che ti aiuta a correre. Non il più forte del gruppo, non il più social, non quello che snocciola tabelle. Parlo di quell’atleta – uomo o donna – con un’energia diversa.
Quello che trova le parole giuste quando tutto dentro si è fermato, corsa compresa. Che, dopo un infortunio, non ti trascina: ti rimette in strada con il tuo passo, rispettando il tuo corpo.
È speciale perché ha sensibilità e la usa. Ti tira in salita senza umiliarti e ti fa sorridere in discesa. Madre natura gli ha dato la velocità, ma lui ne ha fatto un riferimento silenzioso.
Nelle mattine fredde, mentre il quartiere dorme, gli orbiti attorno cercando di assorbirne postura, economia, intenzione. All’alba parla poco. A volte niente. Ma se serve, sa essere preciso e generoso.
Non ti chiede quanto hai fatto all’ultima gara né quanto farai alla prossima. Gli basta che tu stia bene. Che lo aiuti quando soffre in salita. Che tu non faccia domande se sparisce per un mese. Ha sempre il tuo passo. E da come gli corri accanto capisce come stai, prima ancora che tu lo dica.
Non si irrita se arrivi tardi sotto casa o al via di una maratona importante: aspetta.
Non ti rimprovera se salti il campo in una sera di gelo e fatica, perché sa che un giorno toccherà a lui.
E ricordalo: se un giorno smetterai di correre, se gli anni e i chili cambieranno il tuo girovita, per lui resterai quello per cui vale la pena uscire a camminare la sera, parlando ancora di futuro.
Quell’incontro non abbassa i tempi. Alza il senso.





