L’aritmetica del running

Come riuscite ad andate avanti per 42,195 m senza farvi terrorizzare dalla distanza?

Ve lo dico io. Vi viene in soccorso la matematica del runner. No, non la insegnano a scuola.

In genere qualcuno più esperto di voi che fa minimo 10 maratone l’anno e un paio di ultramaratone tanto per allenare la mente, vi trasmette la sua saggezza e conoscenza su questa materia conosciuta solo a chi corre.

Le operazioni sono quelle canoniche dell’aritmetica classica. Addizione, sottrazione, divisione e moltiplicazione. Addizione e moltiplicazione mal si sposano con la psicologia del runner perché aumenterebbero il carico di km, quindi, a meno che non siate masochisti, difficilmente le userete.

Quando ho fatto la mia prima gara, era una 10km e non capivo ne dove stavo andando e ne cosa stavo facendo, non avevo nemmeno il cardiofrequenzimetro ad aiutarmi, avevo un attrezzo che era poco più di un contapassi e che veniva direttamente dalla caverna di Fred Flintstone.

La domanda era “Ma quanto dura sta gara? Madò non finisce mai!!”

Poi un giorno ho incontrato una professionista del running che insieme ad un mucchio di altre cose mi ha insegnato l’aritmetica del running. È  stata una svolta.

Stavo preparando la prima mezza e mi domandavo come avrei potuto fare ad affrontare 21km senza annoiarmi, impazzire o semplicemente fermarmi.

“Dividi la gara in piccole gare con te stessa”.

Una frase che mi ha cambiato la vita e che mi tatuerei in fronte.

Una mezza maratona si divide agevolmente in quattro gare da 5km. E che sono 5km? niente! Manco il tempo di allacciarti le scarpe che hai finito!

Il bello è venuto fuori quando ho corso la mia prima maratona.

Il calcolo era più complesso e la distanza di gara con me stessa si riduceva man mano che il carico di km aumentava.

Se vi siete mai chiesti a che servono i lunghi, oltre ad abituare le gambe e tutto ciò che le compone alla fatica, allora signori miei vi rispondo. A fare i calcoli.

Banalmente si può pensare che una maratona è 4 gare da 10km più due finali che dopo averne fatti 40 diventano un’inezia. Non è così.

La fatica della testa va di pari passo con quella del corpo e a mano a mano che il corpo manda segnali di stanchezza, pure la testa comincia a ripetere in loop “ma chi me lo fa fare!”

I primi 10 km sono sicuramente una gara da 10. Siete freschi, belli, sorridenti e motivati.

State affrontando l’impresa che tutti vorrebbero affrontare, ma non hanno il coraggio. Voi si. Siete abbastanza folli da imbarcarvi in una corsa da 42 km e portare a casa la maledetta medaglia, quindi si. Ce la potete fare.

Il mio mantra è “ce la posso fare”.

Una frase che apre la strada a una serie di opzioni sottintese. Ce la posso fare, basta volerlo.

Ce la posso fare, male che vada mi fermo – cosa che per inciso non accade mai salvo rari casi di morte imminente.

Ce la posso fare, non mi mancano le forze e l’energia positiva. Potrei andare avanti per pagine e pagine. Durante i primi 10 km la spinta positiva è un “ce la posso fare”.

Appena 100m dopo la fine della prima gara si entra nella seconda. Sicuramente una 10km. Perché se sto facendo una maratona, vuoi che non abbia nelle gambe una mezza?

Mi pare il minimo.

Quindi decisamente una seconda 10km.

Le gambe sono ormai rodate ma non ancora stanche, la testa conserva ancora una buona dose di entusiasmo, quel sorso d’acqua al ristoro dopo il gel appiccicoso e schifoso mi è bastato, posso continuare a pensare al bellissimo paio di sandali che ho visto ieri in quel negozio in centro e che non metterò mai ai miei piedi callosi e senza unghie più simili ai piedi di un pellegrino medievale che a quelli di una donna.

In compenso ho perso 4 kg con questo giochetto, passando da una 42 ad una 40 e quel bellissimo vestito che solo un manico di scopa o Naomi Campbell possono indossare ora me lo posso permettere, non perché è passata la fata madrina a trasformarmi in Naomi Campbell, ma perché per guadagnare qualche secondo e non gravare sulle articolazioni, mi sono trasformata in un manico di scopa.

Mentre faccio questi ragionamenti squisitamente femminili, mi accorgo che i secondi 10km sono passati e sono entrata senza troppa difficoltà in una fase che mi porta oltre la metà gara. Un solo penoso chilometrino ed eccomi qui. Ho scavallato la metà.

Questo mi fornisce sufficiente motivazione per tentare una terza 10km, ma io sono prudente e comincio a sentire la stanchezza. Facciamo due da 5. Che vuoi che siano 5 km, passano in fretta. Torna prepotentemente il mio “ce la posso fare”.

Il calcolo che avevo fatto ieri sera è sfumato penosamente. Erano 4 gare da 10km. Ingenua. Non avevo fatto i conti con la stanchezza. Mentre mi rammarico sono già alla fine della prima 5km. Ne manca un’altra per arrivare al muro dei 30km.

Che poi se mi dicono che c’è una difficoltà, io la sento doppia. Diventa come un peso sulle spalle, un macigno che mi parla e mi dice “non ce la farai mai!!”

Qui c’entra poco il macigno e continuo a dividere per gare da 5km. È dura. Però arrivata a 35 cominci a contare al contrario. Un conto alla rovescia dettato dal

“sono sotto la decina…corro con i numeri singoli”.

Cominci a contare in modo strano, conti i passi, conti gli alberi al lato della strada, conti i sampietrini e ogni volta che cambi soggetto riparti a contare da 1.

Mancano gli ultimi 2 km. Ieri mentre facevi il piano di battaglia matematico li hai presi come i 2km più facili della vita tua, in realtà sono eterni ma poco conta.

Ora conti i minuti. Gli attimi che ti separano dalla tua vittoria personale. Poco importa se sarà PB.

Il tempo che ti separa dal riposo, da quei 100 litri d’acqua che sogni dal trentesimo km, dal sacchetto col cibo che i gel non li sopporti più, dalla medaglia.

Quindici uomini, quindici uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum.

Ludmilla Sanfelice