Questo post è per tutti quelli che ci hanno creduto fino in fondo, anche quando sembrava non esserci più nulla da capire.
Per chi ha imparato a leggere i silenzi, a lasciarsi guidare da un dialogo fatto di piccoli gesti, di abitudini che diventano rituali, di esperienze che si intrecciano come fili sottili di una stessa storia.
È per quelli che non si sono arresi davanti alle amarezze, ma le hanno accolte, trasformate, digerite.
Per quelli che hanno imparato a riconoscerle da lontano, come si riconosce una curva che torna sempre, un giro di boa che obbliga a cambiare ritmo ma non la direzione.
È dedicato a chi, strada facendo, si è dimenticato la bellezza disarmante della prima volta.
A chi ha perso fiducia, a chi si è stancato di crederci ma, nel momento esatto in cui stava per mollare tutto, ha capito che non poteva.
Perché certe cose non ti lasciano, ti restano attaccate addosso come un profumo, come una ferita che non fa più male ma ricorda da dove sei passato.
E così, senza grandi proclami, senza bisogno di testimoni, hanno continuato ad andare avanti. Sempre.
Ma queste parole sono anche per chi quella prima volta la porta ancora dentro come un faro.
Per chi, ogni volta, riesce a provare la stessa scintilla, lo stesso tremore, lo stesso stupore.
Perché ci sono emozioni che, anche quando tornano mille volte, non smettono mai di sembrare nuove.
Sono per quelli che hanno paura di iniziare, come se il primo passo fosse troppo grande, troppo impegnativo.
Ma soprattutto per quelli che temono di non riuscire più a smettere.
Perché sanno — in un modo che non si riesce a spiegare — che tutto questo farebbe solo bene, che cambierebbe le giornate, il respiro, la percezione del mondo.
E allora rimandano, esitano… e poi, un giorno, si lasciano andare.
Sono dedicate a chi sfoglia vecchie foto e teme di non ritrovare più quello sguardo: quello puro, pieno, innamorato.
Lo sguardo di chi credeva davvero in un orizzonte perfetto e correva verso di esso senza chiedersi quanto fosse lontano.
A chi oggi si sente fuori posto, inadeguato, frainteso, come se non ci fosse mai uno spazio cucito su misura per il proprio passo.
Questo post è per tutti loro.
Per quelli che hanno scoperto che l’amore per la corsa — sì, proprio lei, la corsa — non è mai stato una competizione, né una gara per arrivare primi.
È un movimento interiore, un patto silenzioso con se stessi.
È scegliere ogni giorno di esserci, anche quando non si ha voglia, anche quando fa male, anche quando sembra inutile.
Perché amare non è correre dietro a qualcuno, né soddisfare ciò che gli altri si aspettano da noi.
Amare — nella vita come nella corsa — significa stare bene con se stessi, riconciliarsi con il proprio respiro, con il proprio ritmo, con quel piccolo pezzo di mondo che scorre accanto mentre avanzi.
Passo dopo passo.
Sempre un po’ più lontano, sempre un po’ più vicino a te.





