La mia Napoli

Questa volta mi hai accolta col sole. Questa volta non sono arrabbiata per la neve sul mare. Hai accolto la mia preghiera e come una madre mi hai cullata con il tepore della tua brezza. Napoli.

Città di colore e di calore ti sei popolata di 5000 runners pronti a respirare il sale del tuo mare e a scaldarsi al tepore del tuo sole.

Siamo arrivati in una splendida giornata di febbraio, ma i mesi per te non hanno senso, tutti i mesi sono buoni per respirare la tua storia, i tuoi colori, i tuoi sapori e portarli a casa con un po’ di nostalgia.

Eravamo tre runners e un divano man, ognuno con la sua motivazione ognuno con un percorso verso il ritorno, ognuno con 21km da portare a compimento per tornare alla propria essenza, per tornare a gareggiare davvero.

Sembra quasi una barzelletta. Ci sono due napoletani, una milanese e un romano che arrivano a Napoli tra una fobia da virus, il pieno di sfogliatelle e una gara da portare a casa.

L’ultima gara lunga che ho fatto prima di farmi male è stata la Maratona di Roma, poi lo stop di tre mesi, un lento ritorno, una rieducazione alla corsa per non farmi male di nuovo e la voglia di tornare a gareggiare.

Quando Wonder Coach mi ha chiesto con che gara volevo tornare, non ho esitato un attimo. Napoli City Half Marathon.

Perché è casa mia, perché mi fa sentire bene, perché voglio respirare il lungomare.

Quest’anno non abbiamo girato per nulla, dopo aver preso il pettorale ed esserci assicurati un piatto di scialatielli ai frutti di mare, abbiamo riposato fino a cena. Eravamo in ansia. Una specie di prova del nove, il primo passo verso una grande avventura, il primo passo verso una nuova maratona.

Ci svegliamo presto. Io e Jana fissiamo il vuoto mentre cerchiamo di masticare una fetta biscottata con il miele. Non è esattamente la mia colazione pre gara, ma ho scordato il sacchetto con il panino e il parmigiano a casa.

In quel momento non mi importa. Ho sonno, non mi va di gareggiare, non mi va di mangiare, voglio strisciare sotto le coperte e svegliarmi a mezzogiorno come non faccio da anni. Non posso. Il mio cuore non me lo perdonerebbe. Sentirei i morsi della coscienza che mi dilaniano per i giorni a venire. Non farei il mio dovere. Dopotutto non c’è nessun motivo reale che mi impedisca di gareggiare se non una gran paura.

Ho paura di soffrire dinuovo, ho paura di sentire ancora tutto quel dolore, ho paura di non farcela stavolta. Continuo a ripetermi che ho fatto 18 km e non mi sentivo nemmeno stanca, che ce la potevo fare, che non sarebbe stata la paura del virus o la paura di me stessa a fermarmi.

Mi vesto. Mi vesto troppo come al solito e mi alleggerisco nello spogliatoio. Lo so bene che si considerano 10 gradi in più, lo so bene che non dovrei coprirmi troppo ma ho freddo e il freddo mi innervosisce ancora di più. Resto in canottiera e pantaloncini, ma si!! una busta di plastica prima di entrare in griglia e sono pronta. Pronta nei vestiti, pronta con la mia divisa, ma sono davvero pronta? Come faccio a capirlo?

La griglia è piena di gente che si porta lo scaldacollo su naso e bocca, alcuni indossano una mascherina. Penso tra me e me che se davvero avevano tanta paura di essere contagiati dovevano restare a casa. Un po’ di ansia ce l’ho anche io, inutile nasconderlo, ma tutto si esaurisce nel momento dello sparo.

Si parte. Le gambe cominciano a girare lentamente, come un vecchio treno a vapore che inizia la sua marcia verso la stazione di arrivo, lento e inesorabile.

I primi tre km dovrebbero essere di riscaldamento, ma la galleria in discesa, lunga oltre 500m, non mi permette di frenare. E’ buio. Le luci sono rade e fioche, nonostante la folla che mi circonda nelle retrovie, chiudo gli occhi, abbasso le ginocchia e vado. Avevo paura che il mio menisco si facesse sentire come quando vado troppo forte e invece tace.

Il mio corpo è con me,  mi è amico, vuole che io vinca questa battaglia con le mie paure.

Sono più forte di loro. Ecco la luce.

Dopo la piazza vedo il mare. Blu come non mai, illuminato dal sole luccica come un gioiello. Accanto a me Fulvio e Jana. Ci controlliamo a vicenda, ognuno per rispettare la sua tabella di marcia.

Ovviamente nessuno dei tre la rispetta. Continuiamo a mantenerci 15 secondi sotto. Le gambe mi spingono con energia e il fiato sembra reggere anche se non c’è sinergia tra i due. Le gambe vogliono andare e allungare, il fiato vuole che rispetti i numeri della tabella.

Devo domare le gambe per aiutare il fiato, tirare il fiato per lasciare le gambe. E’ un gioco di equilibri che non mi riesce molto bene. A volte troppo forte, a volte troppo piano, come nella vita anche quando corro sono incostante.

Quella maledetta incostanza che mi ruba i risultati e mi fa faticare il doppio per recuperare. Giro di boa.

Dopo 10km sto ancora bene, ma sento di dover rallentare. Sono in quella parte di città che di bello non ha nulla. Una specie di Beirut post bombardamento dove ogni palazzo è una storia a se. Ogni finestra canta una canzone tutta sua di piastrelle colorate, panni stesi, intonaco screpolato. Dura appena un paio di km, che sembrano 200, che non passano mai, fino a piazza municipio e il suo arzigogolo al termine del quale si apre piazza del Plebiscito.

Quella piazza che, quando ero bambina, ospitava ogni genere di manifestazione, mentre io guardavo tra le sbarre del balconcino e sognavo di partecipare anche io. Stavolta non stavo guardando, stavolta ero li a bere i miei sali, correndo, pronta a ripartire in mezzo ad una folla festante che si ferma a fare selfie e a guardare il mare sbalordita.

I piedi mi fanno male, e ti pareva! Vesciche. Le ignoro. Sull’asfalto è facile, il piede resta in asse e riesco a limitare l’impatto, ma arriva il momento di girare per Santa Lucia e i sampietrini mi uccidono.

Poche interminabili centinaia di metri su quel fondo sconnesso e sono dinuovo sul lungomare. Riprendo fiato. Il panorama mi conforta. Sono così orgogliosa di sentire lo stupore e l’ammirazione dei runners di tutto il mondo!

Mi viene voglia di dire..

“Ehi gente!!io sono nata qui, tutto questo in qualche modo mi appartiene. Questa è la mia Napoli!”,

…invece continuo a correre. Sono stanca, mi sembra di non arrivare mai, quando Fulvio mi fa cenno di guardare a destra.

Proprio li sul bordo del marciapiede c’è Marco, il mio divano-man si è scollato dalla sua inseparabile appendice per venire a vedermi e a fare il tifo per me.

Lo abbraccio e gli stampo un bacio in piena faccia e lui ricambia dicendomi…

“Mancano tre km, sbrigati che sono stanco, voglio andare a casa!”

È il suo modo di fare il tifo per me.

Lascio il lungomare e sento le persone intorno a me che parlano della salita della galleria.

La temono. Voglio allontanarmi da loro il più possibile, non voglio sentire lagne. Passi piccoli e sulle punte come un gatto. Accelero. Non mi rendo conto della velocità a cui sto andando, li vedo cadere come birilli uno per uno, si fermano, camminano, io no.

Ci metterò anche più di due ore ma non mi avrai! Correrò ogni cm di questa maledetta gara e tornerò a casa contenta di me e soddisfatta per aver dato tutto. Vedo la luce e ripenso ad una battuta su Facebook. Un ragazzo mi ha chiesto cosa ho visto dopo la galleria e io gli ho risposto “La Madonna!”.

Esco dalla galleria e trovo la processione della Madonna dell’Arco. Accompagnata dai Fujenti e dal tema di Rocky la madonna dell’arco fa un pezzo di gara insieme a noi mentre qualcuno urla “A Maronn v’accumpagn!”. E’ quasi onirico, ma io, dopo la salita a palla, non ho più forza. Mi si avvicina una ragazza, mi prende per mano e mi dice “non mollare, manca un km, rallenta, anche a me fa male tutto ma abbiamo finito!! Dai cazzo!! Daiiii”.

Riprendo il passo, ce la posso fare, non posso mollare ora, rallento, poi vedo il traguardo e cambio idea. Non posso rallentare adesso. Ricordo le ripetute in pista e gli allunghi con Wonder Coach.

Mancano 100m, parto con un allungo, voglio usare tutte le forze che mi restano, voglio dare tutto perché ormai lo so, ce l’ho fatta. Mi accoglie Jana con un abbraccio fortissimo. Ritrovo la ragazza che mi aveva confortata, abbraccio anche lei e la ringrazio.

Andiamo a prenderci la medaglia.

Ce l’abbiamo fatta.

Abbiamo ricominciato.

Ludmilla Sanfelice