Alla Corsa di Miguel i numeri non misurano solo la velocità. Misurano anche il grado di apertura dello sport. E raccontano una storia precisa: quando la competizione è al centro, le donne restano ai margini. Quando invece prevale il senso dell’evento, la partecipazione femminile cresce e diventa protagonista.
Partiamo dalla 10 km competitiva. Le donne arrivate al traguardo sono 1.585 su 5.953: il 26,62 per cento. Un dato in leggero aumento rispetto all’anno scorso, ma che conferma una tendenza strutturale: nella gara ufficiale la presenza femminile resta minoritaria.
Il quadro cambia appena si esce dall’agonismo puro.
Nella 10 km non competitiva le donne sono 1.326 contro 2.144 uomini.
Nella 5 km avviene il sorpasso: 545 donne e 474 uomini.
Nel complesso, nelle prove non competitive la quota femminile sale al 42,75 per cento. Quasi una su due. Una fotografia che ribalta quella offerta dalla sola gara agonistica.
Se si considerano tutti i 10.574 partecipanti censiti, la percentuale complessiva di donne si attesta al 36,09 per cento. Un dato che certifica una cosa: la voglia di esserci c’è. Non manca la partecipazione. Manca, semmai, un modello sportivo che non selezioni a monte.
La Corsa di Miguel, da questo punto di vista, è un laboratorio sociale prima ancora che una gara. È memoria civile, diritti, inclusione. Quando il cronometro smette di essere l’unico metro di giudizio, la risposta femminile è netta.
In totale hanno corso 3.817 donne. A queste vanno aggiunte almeno 1.500 tra studentesse e insegnanti coinvolte con il mondo della scuola. Numeri che pochi eventi cittadini riescono a mettere insieme.
Il messaggio è chiaro: le donne non fuggono dallo sport. Fuggono da uno sport che chiede prima la prestazione e solo dopo il senso.
La Corsa di Miguel lo dimostra con i fatti. Ora la palla passa al sistema sportivo italiano: capire quei numeri o continuare a ignorarli.






