Il ristoro dopo la maratona non è quello che vi rendono disponibile non appena aver superato il gonfiabile ed essere stati medagliati, come da rito. Questo ristoro – più o meno soddisfacente (di solito, è meno…) – serve ad un pronto soccorso poco prima del potenziale crollo, vinti dalla fatica (parlo per quelli come me).
Il ristoro al quale mi riferisco, però, è tutt’altra faccenda. Si tratta di quel momento, dopo aver recuperato fattezze umane (docciati e rivestiti), in cui si sceglie consapevolmente di dedicarsi un piccolo spazio personale. È un “volersi bene”.
È “personale” anche quello condiviso ché la convivialità – soprattutto di fronte ad una tavola imbandita – significa, per l’appunto, “vivere” una situazione “con” qualcuno. Il più delle volte, ma non necessariamente, i compagni dell’avventura appena archiviata. Ma non prima di averla “celebrata” degnamente non soltanto nutrendosi adeguatamente (tutto il contrario di quanto avvenuto la sera prima) ma, soprattutto, rivivendo alcuni dettagli, analizzando la successione degli eventi, metabolizzando la parte positiva e gettando tra i rifiuti la parte negativa. Vedendo solo il bicchiere mezzo vuoto probabilmente si smetterebbe di correre. Invece, si va di ristoro.
A Firenze, per esempio, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Va bene tanto una bella fiorentina (intesa come bistecca), quanto un panino col lampredotto (verde e piccante a profusione) dal trippaio in zona, se si riesce a beccarlo prima della chiusura. In stazione è praticamente impossibile mangiare qualcosa di commestibile.
La scelta di dedicarsi del tempo, in veste “alimentare”, diventa una necessità quando, per rientrare alla base, servono un paio di passaggi. Da Ravenna, per esempio, occorre prima tornare a Bologna e, poi, prevedere una certa attesa del treno “giusto” per Roma. “Giusto” significa sia nell’orario acconcio che nella classe di servizio consona al nostro status. L’essere podisti esperti (e, quindi, in su con gli anni) si traduce nella scelta di un servizio mai al disotto della Business per almeno un paio di ottimi motivi: il biglietto può essere cambiato in qualsiasi momento e consente di essere coccolati, in uno spazio in cui le gambe si possono anche allungare meglio.
Anche nella stazione di Bologna il cibo è un problema se non fosse che, proprio dirimpetto, si possono ottenere dei magnifici panini, ben riempiti di mortadella. Sicché un manipolo di reduci, tra i quali ci piace indicare almeno Elena, nella malcelata invidia dei presenti – purtroppo all’impiedi perché non c’era un posto a sedere neppure pagando – si gustavano meritatamente un “ristoro” degno di questo nome, innaffiato dalla consueta birretta.
L’attesa del treno è stata di certo molto più piacevole così come le amorevoli cure delle gheishe di Italo (il sesso non è rilevante), a suon di prosecco.
Credo che ora sia chiaro che c’è ristoro e ristoro. Il primo morso al panino ed il primo sorso di birra fredda e qualsiasi fatica patita passa subito in secondo piano. Si vive anche per questi momenti.
Ne sono convinto.





