Il Diritto di non finire una gara

È forse la scelta più evoluta del runner di oggi. La raggiunge solo dopo una forte autonomia. Cosciente che potrà, se vorrà, finire la stessa gara un domani, caso mai.

La frase venne scritta in un articolo che citava i diritti di chi corre. Regole o consigli per vivere meglio la propria passione.

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I diritti di chi corre

Il non voler arrivare fino in fondo ha una connotazione diversa se vista dal lato della strada di una maratona olimpica o dal bordo campo di una qualsiasi partita di campioni.

Durante queste settimane di preparazione per la maratona ci penso spesso alla possibilità, neppure troppo remota, che una maratona può non essere portata a termine.

Non è sempre una sconfitta e la questione centrale è chiedersi:

“ma è giusto avere anche il sacrosanto diritto di ritirarsi in maratona?”

Quante volte abbiamo visto i campioni non arrivare fino in fondo, ritirarsi al 30 km o anche prima perché la prestazione non è stata come previsto dal piano di allenamento. Certo loro sono lì per vincere e tutto quello che arriva dopo, è dopo di qualcun’altro e di conseguenza, nella loro mentalità vincente è quasi obbligatorio fermasi.

Poi però se rapporto questa strategia con una partita di Rugby, in particolare quando l’Italia esce con le ossa rotte da alcuni confronti internazionali non ha lo stesso valore.

Come ad esempio nella peggior sconfitta nella storia della palla ovale nazionale dove, il 19 giugno ’99 durante il tour di preparazione al Mondiale dello stesso anno, l’Italia perse 101-0 contro il Sud Africa, in quell’occasione i nostri ragazzi non è che sono usciti dal campo prima del fischio finale.

Allora perché i grandi maratoneti si fermano prima?

Questo approccio oltranzista vale solo per lo sport di squadra? non credo, il tennis che è, a detta di Andrea Agassi, nel suo bellissimo libro “Open”, lo sport più solitario del mondo non è esente dalla volontà di proseguire a qualsiasi costo o risultato contro ogni avversario

Esempio fu la peggior sconfitta nel tennis subita da Ivanisevic. Il croato perse a Wimbledon al secondo turno da Nick Brown, n. 591 del mondo. L’inglese vinse in quattro set con il punteggio di 4-6 6-3 7-6 6-3 e fu fermato al terzo turno dal n.90 Thierry Champion.

Il diritto per un atleta di non finire una gara forse è un concetto più vicino alla vita dello sportivo amatoriale, il quale vivendo lo sport per passione non ha gli obblighi di dimostrare sempre a sé stesso chi è anche davanti alla disfatta peggiore.

Un riallineamento di una garanzia necessario per non sottostare al capestro secondo il quale: “se parti devi sempre tagliare il traguardo”.

Esuli da tale modus operandi sono solo i campioni i quali volano su risultati unici che seppur non raggiungibili dovrebbero, almeno, portare a termine la sfida verso lo sport e verso gli avversari.

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Foto – Ilaria Fedeli
Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso