A 40 anni Giuseppe Beneduce non aveva una particolare confidenza con lo sport. La sua era una vita sostanzialmente sedentaria, senza allenamenti, gare, tabelle o scarpe da running consumate sull’asfalto.
Poi il suo corpo ha cominciato a mandargli segnali che non potevano essere ignorati.
La diagnosi è stata quella di artrite psoriasica, una malattia infiammatoria cronica che colpisce le articolazioni e può arrivare a limitare pesantemente i movimenti. Giuseppe ha trovato un vecchio medico curante che gli ha imposto di prendere sul serio quella situazione e, da dieci anni, segue una terapia che gli viene somministrata ogni mese.
La malattia non è sparita. Giuseppe convive con i suoi dolori e con una condizione che fa parte della sua quotidianità. Ma non ha lasciato che fosse lei a decidere quanto spazio dare al suo corpo.
All’inizio è sceso semplicemente sotto casa.

Camminava. Poi camminava un po’ più a lungo. Poi provava a correre. Piano, lentamente, senza nessuna idea di diventare un runner. Solo la necessità di rimettere in movimento qualcosa che rischiava di fermarsi.
A un certo punto un amico gli ha detto di andare a correre a Brusciano, durante quella che era una marcia della pace.
Giuseppe non sapeva praticamente nulla del mondo del running. Non conosceva le gare, le società, le tessere, gli allenamenti. Ma quel giorno si è trovato dentro qualcosa che evidentemente gli mancava: persone che correvano, si aspettavano, si incitavano e stavano insieme.
È rimasto colpito da quella vitalità.
Da lì ha cominciato a raccontare le sue corse agli amici sui social. E la cosa, quasi senza che se ne accorgesse, ha cominciato a crescere.
Francesco Tullio della Sana Corsa e Luigi Esposito lo hanno accompagnato in questo percorso, aiutandolo a trasformare quelle prime corse in qualcosa di più strutturato.
Giuseppe è diventato un runner amatoriale. Poi un pacer. Uno di quelli che non si limitano a guardare il cronometro, perché mentre corre cercano anche di guardare le persone che hanno accanto.
Nel frattempo è arrivato anche un gruppo, i Selfie Running, e poi la presidenza della Somma Running.

Ma a Giuseppe evidentemente non bastava correre per sé.
In mezzo a tutto questo, grazie a Ciro Ambrosini, è arrivato anche un altro pezzo della sua storia. Un’associazione di volontari che porta un po’ di leggerezza nei reparti oncologici pediatrici, andando a trovare i bambini vestiti da supereroi.
La maschera che Giuseppe indossa non ve la sveliamo.
Non serve.
Perché dietro quella maschera c’è lo stesso uomo che corre, insegna spinning, tiene lezioni nelle palestre della sua zona e continua a mettere a disposizione degli altri una parte del tempo e dell’energia che lo sport gli ha restituito.
La corsa, in qualche modo, gli ha fatto scoprire una cosa che prima non aveva messo al centro della propria vita: il movimento può diventare relazione.
E la relazione può diventare aiuto.
Giuseppe è un uomo di 50 anni, padre di una figlia che racconta con orgoglio, amico di chi gli corre accanto e, a sentirlo parlare, un fiume in piena. Schietto, diretto, con quella capacità tutta sua di trasformare una storia personale in qualcosa che riguarda anche gli altri.
Il 18 ottobre sarà alla Mezza Maratona di Napoli.

Avrà i suoi palloncini da pacer e davanti a sé i chilometri da accompagnare.
Se sarete sulla linea di partenza, cercatelo.
Non aspettatevi soltanto che vi dica il ritmo da tenere. Probabilmente vi dirà qualcosa mentre correte, vi incoraggerà quando la strada comincerà a pesare e proverà a portarvi fino al traguardo con un sorriso.
Perché Giuseppe ha iniziato a correre per rimettere in movimento il proprio corpo.
Poi, strada facendo, ha cominciato a muovere anche qualcosa intorno a sé.
E forse è questa la parte più interessante della sua storia.



