Faber Cucchetti, una vita tra discoteche, radio e tanto sport

Faber Cucchetti è un professionista che ha passato sulla cresta dell’onda 4 decenni di musica dance Italiana. Tra gli anni 80-90 è tra i più famosi Deejay disco-radio-televisivo. Con il tempo si appassiona di fotografia, natura, sport e grafica.

Ex nazionale giovanile di nuoto, primatista individuale (200 rana, esordienti) e di staffetta (75/77) con la A.S. De Gregorio Roma, ha proseguito negli anni 80 la carriera sportiva come pioniere e poi atleta di livello nazionale nel triathlon, gareggiando nelle file della S.S. Lazio.

Dal marzo 2015, dopo due anni di esplorazione da turista, ha messo base in Repubblica Dominicana: organizza vacanze per italiani in cerca di alternative ai soliti villaggi.

 

Cominciamo dalla tua storia recente. Come si sta a Santo Domingo?

Se pretendi di guadagnare, collaborare o peggio lavorare da dipendente, starai malissimo. Qui vivi bene se hai una rendita internazionale o se investi nel mattone, allora sì che puoi godere dell’estate perenne.

Cosa ti ha portato a viverci e a farci una famiglia?

Una delusione affettiva, un amore svanito nel modo meno prevedibile. In Europa è quasi impossibile trovarne uno nuovo dopo i 50 anni, qui ai Caraibi invece è normale, come lo era anche in Italia tanti anni fa. Pensa che mio nonno aveva 40 anni in più di mia nonna. Io ne lascio “solo” 30 ad Angela, mia moglie.

Venni a Santo Domingo in vacanza, trascinato letteralmente da Ennio, il mio amico di una vita (fu il mio primo light jockey nel 1980 al Much More). La Bayahibe del turismo all’italiana mi deluse, ma poi in capitale, a Boca Chica, Las Terrenas rimasi folgorato da tutto, un nuovo mondo, così diverso e disponibile: fu amore a prima vista.

A quel punto, era il 2013, avevo solo il mare, le spiagge e le palme in testa. Riuscii a vendere ad un filantropo tutta la mia musica e dal 2015 traslocai da Trevignano Romano a Boca Chica, seguendo le sirene… Da esse, che qui sono il pericolo principale per un uomo in salute, mi ha salvato la nascita di Elena (12 novembre 2020) che adesso è la vera diva in famiglia.

Qui in Repubblica Domenicana ho potuto dedicarmi alle mie vecchie passioni, la fotografia ed il turismo (faccio la guida), ricominciando da zero e lasciando che il dj restasse in Italia dove torno continuamente (al momento sarebbe la 37ª volta).

Faber con sua moglie la figlia Elena

 

Faber per te la rete è una fonte inesauribile di spunti e contatti, da tutte e due le sponde dell’atlantico.

È stata la logica evoluzione di quanto facevo nelle radio. Una volta perso il microfono, mi è rimasta la tastiera.

La tua vita con la musica accanto che poi ha segnato una colonna sonora per reinventarti sempre…

Direi solo una in maniera sostanziale, alla radio, passando dal tema prettamente musicale di Dimensione Suono e One O One (per citare solo i network che mi ospitarono dal 1978 al 1997) a quello di intrattenimento giornalistico (le prime mattine di Radio Rock e Centro Suono soprattutto).

Interpreto così la domanda, perché invece se mi avessi chiesto quante volte ti sei aggiornato, dovremmo scrivere un libro, ma in discoteca direi due volte: quando per pochi mesi a fine secolo ho avuto la fortuna di poter mixare il mio caro Rock, e poi quando poco dopo ho lanciato il format revival a Roma, a parco San Sebastiano con il teatro Vittoria.

La tua scelta di vivere nel ricordo della dance 70-80-90 ha premiato la tua storia di dj?

C’è un momento in cui i mobili da vecchi e tarlati passano ad essere prezioso antiquariato. Certo, devono superare con un po’ di fortuna le angherie dei decenni, ma dopo qualche piccolo restauro acquistano valore. Ora non ho il piacere di poter mostrare nuovi prodotti sui miei ripiani, ma in vetrina espongo numerosi cimeli che suscitano piacevoli ricordi. La pista mi sorride e regalare gioia è sempre una nuova, grande soddisfazione. E poi nelle mie serate si mangia sempre e spesso anche bene!

Noi ti ricordiamo con le mani sui piatti a “Scratchare” compresa la partecipazione a Domenica In in cui Pippo Baudo ti chiese di fargli vedere cosa fosse. Quando hai capito che la tecnologia ti stava togliendo le mani dal vinile?

A Domenica In era il 1985, probabilmente il mio anno di maggior successo. Fui un precursore, un esploratore in molti spazi del djing. Il vinile era un limite enorme per la creatività. Lo usai per 20 anni, avevo in casa circa 30.000 dischi prima di venire a Santo Domingo. Un peso enorme, anche economicamente: 30 metri quadri di scaffali per cui pagai calcolate voi quanto di affitto durante la carriera.

Adesso sta tutto in un hard disc. Sarà poco romantico ma lo preferisco. In discoteca suono le mie versioni degli originali, con i vinili sarebbe stato impossibile. Comunque per il resto lavoro come sempre: il tempo lo prendo senza l’aiuto del computer ed uso pochissimo le centinaia di opportunità che invece arricchiscono i dj set di mio figlio Sebastian. È bravo anche se non fa solo il dj. Spesso mi lascia esterrefatto ascoltandolo. In questo periodo senza discoteche, fa le consegne in bici: si sciroppa anche 200 km sui pedali ogni giorno! Gambe rubate alle gare.

1988 in console all’Executive di Roma

In radio la tua voce ha acceso notti intere per noi figli degli anni 80, e avere un tua cassettina in macchina era il segno di un sabato sera di vero svago. Li fai ancora quei mix perfetti targati 80-90

Lascio a voi il giudizio, tornate a sentirmi quando potremo riunirci dopo l’emergenza. Certo, allora potevo scegliere fra i brani di attualità mentre ora ho un repertorio di soli classici. Con la pista devo scendere a compromessi per soddisfare soprattutto le signore, che nella grande maggioranza sono innamorate dei grandi successi orecchiabili, ma alla buona tecnica non rinuncio mai.

La radio ti ha sempre affascinato e adulato ma sembra come se fosse stato un amore combattuto, perché non hai continuato?

Ho continuato dal 1978 al 2013. Avere la sorte di lavorare nel posto giusto al momento giusto è fondamentale. A parte aver fondato Radio Dimensione Suono ed esserci rimasto finché è diventata un’altra entità, ed eccezion fatta per quei pochi mesi a Radio Rock, mi sono sempre sforzato inutilmente di avere l’attenzione di un nuovo pubblico.

Vedi, puoi fare i salti mortali carpiati a colori, ma se non sei nel circo giusto non avrai mai successo. O magari – più semplicemente – non sono più interessante per le radio da meritare un ingaggio. Immagina che negli ultimi anni di radio, in combutta con altri vecchi leoni come mio fratello Luca ed Andrea Torre, ho dovuto affittare degli spazi in emittenti di secondo e terzo piano per continuare ad avere un programma.

Purtroppo i format radiofonici sono prioritari e se non hai sponsor che ti sostengano non puoi pretendere uno stipendio. A Roma da decenni in FM funziona solo chi parla di calcio. Gli editori non rischiano. Sapessi quante ne ho provate.

Con Sabrina Salerno a RDS – 1987

Te lo ricordi che “potere” avevi nei pomeriggi anni 80 nelle discoteche romane e non solo? Hai sempre retto bene il successo?

Era un successo importante solo in apparenza e comunque locale. Fuori Roma non ero nessuno se non parliamo di addetti ai lavori. Gli anni 80 erano quelli dell’ottimismo per tutti ed io ero certamente fra i più ottimisti. Per qualunque artista, avere una platea attenta e nessun problema economico è condizione fondamentale per restare creativo. Fui fortunato per due lustri.

Ma veniamo allo sport. Tu hai una carriera in acqua da vera stella del nuoto, poi venne il triathlon quando nessuno sapeva cosa fosse…

Un discreto ranista con un paio di primati nazionali giovanili, tre convocazioni in Azzurro juniores e tre titoli regionali assoluti nella seconda parte degli anni 70, con una mamma molto più importante per le piscine, avendo inventato e condotto il Nuoto Sincronizzato italiano.

Una famiglia di pionieri. Lo fui anche nel triathlon, debuttando nel 1985 con la seconda gara organizzata in Italia.

Ero già un ex nuotatore da 6 anni ma mi tenevo in forma nuotando e correndo ogni giorno. Ogni giorno subito prima di aprire la trasmissione a Dimensione Suono, dove spesso arrivavo coi capelli ancora bagnati per condurre “Questa casa non è un albergo”, il programma con cui feci conoscere il primo Roberto Giacobbo (quello che oggi conoscete per Voyager, ma tutt’altra persona).

Chi te lo ha fatto conoscere?

Danilo Palmucci – che poi ne sarebbe diventato IL CAMPIONE indiscusso – allo Stadio Delle Aquile nel 1984 mi rivelò il triplice verbo: nuotare, pedalare e correre senza mai fermarsi.

Complice una puntata di MAGNUM P.I. in cui Tom Selleck, che adoravo, si cimentava nell’Iron Man delle Hawaii, iniziai ad allenarmi e furono otto anni di grande passione ed ambizione sudata.

Come era farlo in quegli anni?

Le prime gare erano molto avventurose, capitava spesso di perdersi. Ma ne eravamo tanto innamorati, orgogliosi oltre l’immaginabile e disposti a tutto. Io facevo addirittura convivere l’agonismo più impegnativo con le serate nelle discoteche. Allora fumavano e molto nei locali. Immaginate…? Sabato notte in piedi fra i tabagisti fin alle 4 e domenica mattina in gara. È capitato varie volte.

Che gare c’erano?

Le gare dell’epoca prevedevano percorsi in completa solitudine (vietato qualunque aiuto), senza sosta fra le tre frazioni: da un chilometro e fino a due di nuoto, da 40 a 90 in bici e da 10 a 21 a piedi.

Che materiali usavate e su che distanza ti sei confrontato?

I materiali li sperimentavamo noi stessi ogni giorno. C’era da scoprire tutto, un fermento entusiasmante con cui sorprendevo i miei ascoltatori molto prima delle esternazioni sportive di Linus a Radio Deejay.
In quei primi anni di storia italiana del triathlon mi classificai in tutte le posizioni, fin al 2º posto nel triathlon di Roma 86, ma non vinsi mai una gara. Ero troppo nuotatore, troppo pesante nella corsa ed in salita.

Triathlon di Roma 1986

Poi cosa è successo a Faber lo sportivo? e non hai mai pensato che non è mai troppo tardi per tornare in acqua, così come salire di nuovo in bici?

È successo che traslocando da Trevignano a Vescovìo, in Bassa Sabina, e con problemi di lavoro pressanti, persi la possibilità di insistere. E comunque il triathlon era cambiato: se prima i nuotatori erano penalizzati dalle distanze, con le regole successive erano resi innocui. Fine dei sogni di gloria a 32 anni. Inutile tornarci su, se non per le scampagnate. Preferisco affrontare nuove avventure piuttosto che patetiche comparsate.

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Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso