Non potevo chiudere questa parentesi sarda senza dedicare un pensiero alla corsa. Perché correre in Sardegna — e in particolare a Bosa — non è solo movimento: è un’immersione lenta e profonda in un luogo che sa accogliere, stupire, restare.
Torniamo ogni anno in quest’isola non solo per il mare, la storia, la natura potente. Torniamo per i sardi: per quel modo discreto e gentile di prendersi cura delle case, dei luoghi, degli ospiti. Per quel rispetto silenzioso verso un territorio fragile e antico.

Le mattine, sferzate dal maestrale, hanno stravolto gli orari consueti, ma non ho rinunciato alle albe. Rosa, azzurre, limpide. Spesso solitarie, sempre rigeneranti.
Bosa è un paese che sembra uscito da un sogno: metà affacciato sul mare, metà aggrappato al colle. Le case colorate non sono un vezzo estetico, ma un segno d’identità: un tempo servivano ai pescatori per ritrovare la propria abitazione nella nebbia. Oggi regalano al borgo un’anima che vibra di luce.

Durante le corse quotidiane ho incrociato una comunità viva. Gente che abita le strade tutto l’anno, che cammina e corre sul lungomare con naturalezza, come parte del paesaggio. E poi i turisti, che come me si lasciano trasportare da questo ritmo dolce e costante, che si muove tra ponti, vicoli e storia.
Il quartiere di Sa Costa, con le sue case adagiate sulle curve del colle, sembra scolpito più che costruito. Un equilibrio perfetto tra forma, colore e vita.
Le corse qui non hanno avuto bisogno di cronometri. Nessuna sfida, nessuna rincorsa. Solo il piacere puro del gesto. Un andare che si farà ricordo, quando arriveranno i giorni grigi e umidi dell’autunno.

Correre a Bosa è stato come ricevere un dono: silenzioso, gratuito, duraturo. Un dono che si porta via con sé, nello zaino della memoria, per tutti gli altri mesi dell’anno.





