Chicago, “la città del vento”, torna a respirare il ritmo della corsa. Domenica 12 ottobre, alle prime luci del mattino, Grant Park si trasformerà nel punto di partenza di un rito collettivo: la 47ª Maratona di Chicago, una delle sette “major” che formano il circuito più ambito e leggendario del pianeta.
Cinquantatremila atleti, un mare di scarpe, sogni e sudore si riverseranno lungo un percorso piatto e rapidissimo, disegnato tra i grattacieli, i ponti e le sponde del Lago Michigan — quel “mare interno” che da sempre riflette le contraddizioni di una metropoli simbolo dell’America.
Dal sogno del ’77 all’America di oggi.
Quando nel 1977 il sindaco Michael Bilandic, appassionato runner, decise di organizzare la prima edizione della maratona, Chicago era un laboratorio di ottimismo urbano. Cinque dollari d’iscrizione, 4.200 partecipanti e un sogno: celebrare lo spirito di una città operosa, multietnica, che faceva della corsa una metafora della libertà.

Oggi, quasi mezzo secolo dopo, l’America che corre non è più quella del sogno condiviso. È un Paese diviso, polarizzato, in cui la corsa verso il futuro sembra incepparsi nei meccanismi arrugginiti della politica e della paura.
La “zona di guerra” e la retorica del nemico interno.
Le parole pronunciate da Donald Trump dallo Studio Ovale la scorsa settimana hanno avuto l’effetto di una detonazione. “Chicago è una zona di guerra”, ha detto il presidente, “peggio di qualsiasi altra città al mondo: anche in Afghanistan resterebbero senza parole per i nostri livelli di criminalità.”
Il 5 ottobre, la sua amministrazione ha annunciato l’invio dell’esercito nella città, giustificandolo con la necessità di “ristabilire l’ordine”. Un gesto che molti hanno letto come il simbolo di una democrazia sotto assedio, incapace di affrontare le proprie disuguaglianze se non con la forza.
Mentre i soldati vengono schierati anche a Portland, in Oregon, contro il parere della magistratura federale, cresce l’impressione di un Paese che ha smarrito la fiducia nei suoi cittadini. L’America che un tempo esportava libertà, oggi sembra importare paura.
Correre dentro la crisi.
E allora, quale città troveranno domenica i maratoneti venuti da tutto il mondo?
Troveranno il fascino intramontabile di un percorso che attraversa 29 quartieri, l’eco della voce del pubblico lungo Michigan Avenue, la promessa di un record del mondo — come quello epocale di Kelvin Kiptum nel 2023 (2:00:35) — ma anche le crepe profonde di una società ferita.
Chicago è oggi un microcosmo dell’America: disuguaglianze estreme, segregazione ancora palpabile, comunità intere abbandonate. Eppure, ogni anno, la maratona diventa il momento in cui la città riscopre se stessa, in cui la fatica individuale si trasforma in atto collettivo, in resistenza civile.
La corsa come metafora.
La Maratona di Chicago non è solo una gara. È la parabola di un Paese che cerca di non fermarsi, anche quando inciampa nelle proprie contraddizioni. È l’immagine di un’America che continua a correre — nonostante le divisioni, la violenza, le crisi di identità.
Ogni passo dei 53.000 runner che taglieranno il traguardo domenica sarà un atto di fiducia nel movimento, nella possibilità di cambiare direzione.
E se la politica americana sembra incapace di ritrovare il passo, forse spetta proprio a loro — a questi uomini e donne che corrono insieme — ricordare al mondo che la libertà, come la corsa, è una fatica quotidiana, e non un privilegio garantito.






