Con Stefano La Cara ho da sempre un rapporto di amore e odio. D’altronde credo sia un sentimento abbastanza comune tra atleta e coach, soprattutto quando ci si conosce da tanti anni e il rapporto supera quello tra chi prepara una tabella e chi dovrebbe seguirla.
Ci conosciamo da dieci anni. Tanti ne sono passati da quando Stefano ha messo in piedi il Team Panda, il Panda Lab e tutte quelle idee che negli anni hanno costruito attorno al triathlon una comunità fatta di atleti, allenamenti, gare, racconti, podcast e soprattutto di una grande quantità di persone che hanno imparato a prendere questo sport un po’ più sul serio, senza prendersi troppo sul serio.
Stefano La Cara è uno che il triathlon lo conosce da dentro. Da atleta ha portato a termine dodici Ironman e nel tempo ha trasformato gran parte di quello che ha imparato in campo in un lavoro da coach.
Il primo libro, Triathlon e altre perdite di tempo, raccontava proprio questo mondo. Non era un manuale per fissati dell’endurance e nemmeno una guida per imparare a fare triathlon. Era piuttosto un modo per spiegare perché uno sport costruito attorno alla fatica possa conquistare così tante persone, comprese quelle che non hanno mai infilato una muta.

Poi è arrivato Come guadagnare due spicci facendo il coach, una rilettura ironica e molto concreta del rapporto tra allenatore e atleta. Lì Stefano spiegava una cosa che chi fa questo mestiere conosce bene: il 10% del lavoro del coach è scrivere gli allenamenti, tutto il resto è gestire persone.
Persone che vogliono correre forte ma non vogliono correre piano. Che mandano messaggi vocali interminabili a mezzanotte. Che hanno costruito il piano perfetto e poi lo devono cambiare perché arriva un mal di pancia, un matrimonio, una vacanza o semplicemente una giornata andata male. Perché allenare non significa soltanto conoscere la fisiologia. Significa soprattutto capire chi hai davanti.
Adesso Stefano è tornato con il suo terzo libro.

E questa volta ha deciso di occuparsi della cosa che molti triatleti vorrebbero poter eliminare dalla gara.
Il nuoto.
Se solo non ci fosse il nuoto è uscito l’8 settembre e affronta quella che, per molti adulti che arrivano al triathlon, è la specialità più difficile da digerire.
Non necessariamente perché sia quella nella quale si fa più fatica. Ma perché è quella nella quale è più difficile capire perché si sta facendo fatica. Ed è una differenza importante.
Chi corre può quasi sempre leggere quello che sta succedendo attraverso il ritmo, il respiro, le gambe. Chi pedala ha una bici, una strada, rapporti, watt, velocità. Nel nuoto, invece, una parte enorme del problema sta nella relazione tra il corpo e l’acqua.
E l’acqua non perdona molto.
Stefano parte proprio da qui per smontare una delle convinzioni più diffuse tra i triatleti adulti: l’idea che prima o poi arriverà la tecnica perfetta capace di risolvere tutto.
Si inseguono l’esercizio giusto, la bracciata corretta, il consiglio dell’ultimo istruttore, l’attrezzo che dovrebbe sistemare il problema.
Poi aumentano i metri.
Arriva la fatica.
Il respiro si sporca.
La concentrazione cala.

E quella nuotata che in una vasca sembrava perfetta comincia lentamente a perdere pezzi.
Il punto del libro è molto più concreto: nel triathlon non serve costruire il gesto più elegante possibile. Serve costruire una nuotata efficace, ripetibile e sostenibile quando la fatica aumenta.
Perché alla fine della frazione non devi dimostrare di essere un bravo nuotatore. Devi uscire dall’acqua nelle condizioni migliori possibili per salire sulla bici e poi correre.
È qui che Se solo non ci fosse il nuoto diventa qualcosa di più di un libro tecnico.
Stefano parla di bracciata, respirazione, tecnica, strumenti, acque libere, esercizi e diversi tipi di nuotatori, utilizzando anche la metodologia del Team Panda. Ma dietro tutto questo c’è una domanda molto più interessante: quanto siamo capaci di mantenere un gesto efficace quando aumenta la fatica?
Perché ogni vasca richiede una quantità sorprendente di attenzione.
Respirare al momento giusto. Trovare l’appoggio. Gestire la frequenza. Tenere la traiettoria. Capire cosa sta facendo il corpo senza poterlo vedere.
Sono micro-decisioni che si susseguono senza interruzione.

E più si va avanti, più diventa difficile mantenerle tutte sotto controllo.
Quando la concentrazione comincia a calare, non succede necessariamente qualcosa di evidente. Si respira appena fuori tempo, l’appoggio perde consistenza, la frequenza aumenta senza che ce ne accorgiamo, la traiettoria si sporca.
Presi singolarmente sembrano dettagli.
Messi insieme diventano metri sprecati, energia consumata e una fatica che sembra arrivare improvvisamente. È uno dei motivi per cui molti triatleti hanno la sensazione di essere arrivati alla fine del nuoto molto più stanchi di quanto si aspettassero. Il corpo paga anche gli errori che la testa non ha più la capacità di correggere.
E allora si comincia a compensare.
Si aumenta la frequenza, si accorcia la fase propulsiva, si modifica la respirazione. Si continua a nuotare, certo, ma spesso aumentando il costo energetico di ogni metro.
Il libro prova a rimettere ordine proprio in questo meccanismo. Non cercando la tecnica perfetta, ma quella che riesci a mantenere. Ed è probabilmente questa la parte più interessante del lavoro di Stefano. Perché il nuoto, raccontato così, smette di essere soltanto una questione di stile libero.
Diventa una questione di gestione. La domanda del titolo, allora, è meno ironica di quanto sembri.
Saremmo davvero tutti più felici se non ci fosse il nuoto?
Probabilmente sì.
Avremmo meno frustrazione, meno vasche nelle quali non capisci perché non migliori, meno allenamenti nei quali esci dall’acqua chiedendoti cosa sia andato storto.
Ma perderemmo anche qualcosa.
Perché il nuoto è uno di quegli sport che mettono rapidamente in discussione le nostre convinzioni.
Non puoi risolvere tutto semplicemente spingendo più forte.
Non puoi nascondere un gesto inefficiente dietro la forza.
Non puoi convincere l’acqua che stai facendo bene.
L’acqua ti restituisce quello che fai.
E forse è proprio questo il motivo per cui continua a essere così difficile.
Stefano lo racconta con il suo modo diretto, tecnico e ironico, senza trasformare il libro nell’ennesima raccolta di esercizi da fare contando le vasche.
L’obiettivo è capire cosa serve davvero, cosa invece fa perdere energia e quali elementi del lavoro in piscina possono essere trasferiti nella situazione che conta davvero: la gara.
Perché nel triathlon la domanda non è quanto bene riesci a nuotare quando sei fresco. La domanda è quanto bene riesci a nuotare quando devi ancora pedalare 90 chilometri e poi correre una mezza maratona. E forse è proprio qui che il titolo trova la sua risposta.
Se solo non ci fosse il nuoto.
Peccato che ci sia.
E allora tanto vale imparare a conviverci.
Anche perché a firmare la prefazione del libro è una che con il triathlon ha avuto un rapporto piuttosto serio: Chrissie Wellington, quattro volte campionessa del mondo Ironman, vincitrice del titolo nel 2007, 2008, 2009 e 2011 e imbattuta nelle tredici gare disputate sulla distanza Ironman.
Una carriera costruita anche sulla capacità di capire che la prestazione non nasce dalla ricerca del gesto perfetto, ma dalla capacità di sostenere quello che funziona quando la gara comincia davvero.
E se persino una come Chrissie Wellington ha scelto di accompagnare con la propria prefazione un libro dedicato alla parte del triathlon che molti vorrebbero saltare, forse il nuoto merita ancora qualche vasca.
Anche se, personalmente, continuo a pensare che Stefano avrebbe potuto scrivere un libro molto più semplice.
Basta nuotare.
Ma probabilmente, a quel punto, non sarebbe stato Stefano La Cara.
I suoi libri li trovate a questo link
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Mercoledì 7 ottobre SE SOLO NON CI FOSSE IL NUOTO esce fuori dalle pagine e, soprattutto, a bordo vasca.
Insieme a Stefano La Cara modererà l’incontro, parleremo del nuoto per come interessa davvero a chi fa triathlon: tecnica, allenamento, acque libere, errori che continuiamo a trascinarci per chilometri e scelte che possono rendere la prima frazione finalmente più efficace.
Non sarà una presentazione in cui vi racconto semplicemente “di cosa parla il libro”.
Partiremo dai problemi che vedo ogni giorno negli age group e proveremo a capire cosa vale davvero la pena allenare, cosa spesso complichiamo inutilmente e perché il nuoto del triatleta non può essere trattato come quello del nuotatore puro. È uno dei principi centrali del mio mio metodo: le singole discipline vanno adattate alle esigenze della gara nel suo complesso.
E poi ci sarà spazio per domande, dubbi, esperienze e un po’ di sano confronto da bordo vasca.
Mercoledì 7 ottobre — ore 17:00



