Il 24 agosto 2016 è cambiata la vita di tante persone. 303 sono state inghiottite da quella tremenda scossa, tante altre sono state travolte da tutto quello che è successo negli anni.
Forse per caso, forse perché lo avrà voluto il destino, senza neanche pensarci, mi trovo a trascorrere alcuni giorni tra quei Comuni così colpiti.
Qualche giorno di vacanza, con parte della famiglia, con i miei genitori, con cui non trascorrevo giorni di ferie da almeno dieci anni.
Destinazione San Martino d’Ocre. Nel 1989 venimmo in questa frazioncina sull’Altopiano delle Rocche, meta di campi estivi parrocchiali.
Quell’estate la ricordo bene: l’ultima con Nonno in vita. A settembre se ne sarebbe andato.
Ricordo quelle settimane trascorse qui tra le pecore che rientravano in stalla tutte le sere, il casaro che ci spiegava come si produce una ricotta, sua moglie che sfornava un pane di cui ricordo ancora odore e sapore e che non avrei mai più mangiato, i figli adolescenti come me, divisi tra pascolo e svago.
Il paese era piccolo, ma vivo.
Sono passati 37 anni. Pensavo di trovare tutto cambiato, evoluto. «Magari — pensavo — avranno aperto finalmente un bar».
E invece ho trovato tutto congelato.
I locali parrocchiali, compresa la chiesa, inagibili e abbandonati. Porte serrate, vegetazione che si sta impossessando di tutto il paese.
Il casaro e sua moglie non ci sono più. La loro casa è una di quelle sprangate, forno compreso.
I figli sono rimasti qui, curano gli animali, ma non producono più pecorino e ricotta. Hanno il viso scavato dal tempo e segnato dagli eventi.
Vivono nelle casette prefabbricate che lo Stato ha costruito per loro, non più nella loro casa natale, che — inagibile — domina il borgo.
San Martino non è finito nei titoli dei giornali come Accumoli o Amatrice. Fortunatamente nessuna vittima, ma qui si è sofferto ugualmente.
Il terremoto ha segnato edifici e volti.
Oggi è il 24 agosto. A dieci anni da quel tragico evento mi trovo a correre tra i ruderi, le casette prefabbricate, le vite spezzate e i miei ricordi.
La corsa l’ho scoperta da poco. Ho scoperto che mi aiuta a pensare, a essere più leggero e più «egoista». Quando corro penso solo a me e alla mia vita.
I pensieri sono i miei e non li condivido!
Oggi non ci riesco.
Penso a chi ha sofferto e non è stato aiutato abbastanza. Una casetta gliel’hanno pure assegnata, ma quanta vita quel terremoto ha tolto a queste persone?
E soprattutto penso: «Ma qui, dopo quasi trent’anni, ci dovevo capitare proprio nel decennale di quella tragedia?».
Il destino fa come gli pare e, se vuole toccarti la coscienza,4 non è secondo a nessuno.
Ha la sua puntualità.
Correre non è scappare da qualcosa, ma è cercarla.
E puoi correre quanto vuoi, ma non sarai mai più veloce del destino. Arriva alle spalle, silenzioso, ti riprende, si volta e ti sberleffa, perché è più forte.
Punto.
Ecco, oggi corro e mi sento di condividere i miei pensieri.
Corro e mi sento fortunato.
La corsa fa bene al corpo, al cuore e all’anima.
– Emiliano Scapigliati


