“Io penso di essere stato debole nell’affrontare vari aspetti della mia vita, il lavoro, queste guerre continue che dovevo fare e non avevo la forza di combattere, anche perché non avevano realmente un senso. Quando sei troppo supponente… Nella vita la supponenza la paghi cara. Io non avendo mai avuto un minimo di umiltà, da quel punto di vista, pensavo di poter vivere tutto al di sopra, e quindi la vita sai cosa fa? Ti mette in un angoletto e di prende a schiaffi e non si può scappare; nessuno riesce a scappare dalla propria vita, dalle proprie responsabilità emotive, dai propri traumi, dalle proprie debolezze. Non puoi scappare, facendo finta di niente. La vita ti insegue. Le ci vuole tempo, magari, ma quando ti prende, ti chiude in un angoletto, e ti bastona forte. Ti può ammazzare o lasciare in fin di vita. In quest’ultimo caso, ti offre una seconda occasione che non deve andare sprecata”. (Giorgio Montanini)
Da un’intervista in un podcast, un momento toccante, ho tratto l’ispirazione per questa divag-azione, sui “tre tempi” della corsa.
Corriamo pensando di essere quelli che inseguono. Inseguiamo il cronometro, il podista davanti a noi, il superamento della linea del traguardo, un’idea di benessere o forse si tratta solo di un tentativo – cosciente o meno – di lasciare indietro i pensieri. Anche se acceleriamo, i problemi non si distanziano. Perché la verità è che non siamo noi a correre avanti. È la vita che ci corre dietro.
All’inizio, accumuli chilometri, successi lavorativi, posizioni. Diventi supponente. Guardi l’asfalto dall’alto in basso, convinto che le debolezze riguardino solo gli altri, quelli che si fermano a camminare. Corri veloce, fai finta di niente, lasci molte cose da parte. Il passo della vita è però costante, silenzioso, geometrico. Non va in affanno. Non ha bisogno di rifornimenti. Non cede. Ti tallona senza fare rumore.
Poi arriva il momento in cui le gambe non girano più. Giunge il momento della crisi, il chilometro trenta di una maratona esistenziale, dove la vita ti ha raggiunto e ti chiude in un angoletto. Per picchiarti duramente, lasciandoti in fin di vita, sull’asfalto, emotivamente o fisicamente.
È proprio in quel preciso istante, steso sull’asfalto, che si può veramente comprendere. Chi corre sa che il dolore non è la fine, ma un segnale. Se la vita ti ha lasciato a terra ma respiri ancora, non ti ha distrutto del tutto: ti costringe a riflettere. Ti sta offrendo una seconda frazione, un secondo tempo.
Rialzarsi significa riprendere a correre senza la stessa supponenza di prima. Ripartire con l’umiltà di chi riconosce il peso della propria caduta, lo metabolizza ed è pronto ad accettare le debolezze non come un freno, ma come il nuovo ritmo da seguire. Quello di una ulteriore occasione.
Ma la vera guarigione, quella che ti rimette al mondo, non la trovi mentre corri da solo. La trovi dopo. Arriva con il terzo tempo, quello mutuato dal rugby ma che ogni podista conosce bene. È il momento in cui si spengono i cronometri, e ci si siede intorno a un tavolo, con il panino con la porchetta di Ariccia o davanti a un caffè, oppure a una birra, con gli amici di sempre e gli affetti più cari.
Gli affetti veri, con un abbraccio o la battuta al momento giusto, fanno parte della terapia, sono la rete di protezione che la vita ti mette intorno quando decidi di smettere di scappare. Perché la corsa ti sfida, la seconda occasione ti rimette in piedi, ma è solo il terzo tempo che ti ripara il cuore, rafforza l’animo, e ti ricorda per cosa vale davvero la pena faticare. In fin dei conti, la vita stessa è proprio così: una corsa incessante. Peccato farla da inseguito.
Finita la strada, ci sarà sempre qualcuno ad aspettarti per l’ultimo, fondamentale, tempo insieme.
Per Francesca.






