Simone Cellini non insegue le mode. Non indossa il completino tecnico che detta legge su Instagram, non rincorre i trend del momento e non passa il tempo a costruire un personaggio.
Ha la faccia schietta di un romagnolo e quella sincerità che oggi sembra quasi fuori catalogo.
Se gli chiedi un consiglio sulla corsa, però, capisci subito che dietro c’è molto più di qualche chilometro macinato. Ti parla di allenamento, di recupero, di alimentazione, di motivazione, di testa. Ti parla di corsa come farebbe un amico che ha studiato e continua a studiare, senza mai sentirsi arrivato.
La sua storia l’avevo raccontata tanti anni fa, quando per il magazine Correre scrivevo di chi stava cambiando il rapporto tra comunicazione, social network e podismo, come ancora si chiamava allora.
Da quel momento il mondo è cambiato. Oggi corrono tantissimi giovani, corrono i loro genitori e perfino i loro nonni. Corrono persone che cercano un tempo, una medaglia, un equilibrio, oppure semplicemente un modo per stare bene.
In mezzo a tutto questo ci sono figure come Simone Cellini, che rappresentano una parte fondamentale del movimento. Perché un allenatore non è soltanto qualcuno che scrive tabelle. Un allenatore è qualcuno che sa ascoltare. Che sa interpretare i silenzi. Che riesce a capire quando il problema sono le gambe e quando invece è la testa che si è messa di traverso.
Simone comunica molto. Lo fa attraverso podcast, video podcast, contenuti su YouTube e collaborazioni con professionisti di altissimo livello, come il nutrizionista Nicolas Cicognani. Materiali che assomigliano più a lezioni che a semplici contenuti social. Ma il suo valore non nasce da lì.
Nasce da anni di studio. Da manuali consumati, da confronti con preparatori e campioni, dall’umiltà di chi continua a fare domande anche quando avrebbe già le risposte. Nasce soprattutto dal fatto che Simone è prima di tutto un atleta amatore come noi.

E forse è proprio questo il punto.
Un allenatore credibile non è necessariamente quello che corre più forte, che vince di più o che si fa vedere ovunque. È quello che continua a vivere sulla propria pelle le stesse paure, gli stessi dubbi e le stesse difficoltà delle persone che allena.
Negli ultimi 12 mesi Simone è stato fermo per un infortunio importante. Per un corridore significa vedere il mondo passarti davanti senza poter fare nulla. Niente chilometri, niente gare, niente routine. Solo pazienza.
Poi ha ricominciato.
Si è messo in testa di completare il Trittico di Romagna: la Maratona di Russi, la 50 di Romagna e il Passatore. Un obiettivo che, dopo mesi senza correre, non aveva nulla di scontato.
Eppure ci è riuscito.

Non inseguendo il cronometro, ma ascoltando il corpo. Accettando i limiti. Rispettando i tempi. Facendo esattamente quello che ogni buon allenatore chiede ai propri atleti e che spesso gli atleti fanno fatica ad accettare.
Per questo la sua storia racconta qualcosa che va oltre le tre medaglie appese al collo.
Racconta il rapporto profondo che esiste tra un allenatore e chi si affida a lui. Perché le persone non cercano soltanto qualcuno che sappia come farle correre più forte. Cercano qualcuno che abbia attraversato gli stessi passaggi, che conosca il peso delle giornate storte e il valore della pazienza.
Simone guarda avanti senza dimenticare chi c’era prima di lui. Ascolta l’esperienza di chi ha costruito questo sport e continua a viverlo con la curiosità di un ragazzo di vent’anni. È forse questa la sua qualità migliore: riuscire a rimanere studente anche quando molti lo considerano già maestro.
E alla fine è proprio per questo che allenatori come lui diventano importanti nelle nostre vite. Perché sanno dirti quello che non vuoi sentire, leggerti dentro quando la testa non collabora con le gambe e ricordarti che il traguardo non è mai soltanto una linea disegnata sull’asfalto.
A volte è il modo in cui impariamo ad arrivarci.






