“Ma dai, il 95% dei podisti amatori è gente che “corre” a sei e più al chilometro, è in sovrappeso, non si allena mai, non fa nulla per migliorare i tempi e sembra che stiano andando alla sagra della porchetta. Ma quale sofferenza?” (Carlo M.)
Avevo in sospeso una risposta al post in epigrafe, perché chiaramente parla anche di quelli come me.
Leggendo quella sentenza, spietata, per un attimo ho sentito il bisogno di controllare il riflesso nello specchio, per verificare se quella che indosso sia una canotta tecnica o, effettivamente, una camicia a quadri unta di grasso.
Visti i tempi che corrono (rigorosamente sopra i sei al chilometro), credo che possa essere utile condividere una riflessione che restituisca a questa marea umana dei runner amatoriali la dignità che le spetta. Perché intravedo un grosso errore: pensare che chi va piano stia solo passeggiando verso il chiosco dei panini.
Quel 95% esiste davvero ma costituisce la spina dorsale di ogni manifestazione podistica domenicale, la marea umana che riempie le strade delle nostre città. Altrimenti, come potrebbe essere possibile vedere maratone blasonate con oltre 70.000 partecipanti (a Berlino, Parigi, Londra e, ovviamente, New York, nel 2025, i finisher hanno superato la soglia di 50.000) che dubito siano tutti d’origine africana?
Aggiungo ulteriori elementi al quadro.
a) 6 minuti/chilometro – Per coloro che viaggiano a 4min/km, un passo così lento è quasi un insulto al podismo “serio”. Peccato che la fisica non sia un’opinione. Spostare novanta chili di fatiche e sedentarietà richiede un dispendio energetico che un keniano di quarantacinque chili non può nemmeno concepire;
b) il peso forma (o la forma del peso?) – È chiaro che non tutti i podisti hanno un fisichetto filiforme e scattante, di grande aiuto nella corsa. Molti amatori corrono però proprio per assecondare la propria passione per la buona tavola, o semplicemente per strappare il proprio corpo alla forza di gravità dell’ufficio e del divano. Ogni passo, per loro, pesa il doppio, a partire dalla volontà di farlo;
c) la sagra della porchetta – confesso che trovo indovinata l’immagine del podista che affronta una mezza maratona con lo spirito di chi sta cercando lo stand gastronomico. Ma perché denigrare un prodotto che è un vanto dei nostri Castelli romani?
“Ma quale sofferenza?”
Questo è il punto indubbiamente critico. Dietro il sorriso da scampagnata ai Castelli, spesso, c’è un calvario invisibile. Il diritto alla sofferenza non riguarda soltanto chi vomita l’anima al traguardo, in uno sforzo quasi si stesse correndo alle Olimpiadi. Insomma, se non vali tre ore e trenta, sembra che tu stia solo facendo una scampagnata salutare.
Niente di più distante dal vero. C’è una dignità enorme, quasi commovente, nella sofferenza del runner da salotto. Vedere persone “normali” restare sulle gambe cinque o sei ore invece di tre, con addosso il peso di un corpo sicuramente imperfetto ma non è meno “vero” di quello di quanti hanno passato ore a rifinirlo in palestra. La loro corsa è tutto tranne che una passeggiata; è una resistenza ostinata contro il tempo che passa, contro i chili di troppo e contro il dubbio costante di non farcela, per giunta senza gli applausi del pubblico, che a quell’ora ha già sbaraccato (assieme all’apertura al traffico del percorso). Soffrono, eccome se soffrono. Solo che lo fanno senza la pretesa di finire per forza tra gli allori di quelli “bravi”.
Se la corsa fosse riservata solo a chi viaggia con la leggerezza di una gazzella, le griglie di partenza sarebbero deserte e questo sport perderebbe la sua caratteristica più profonda: l’inclusività. C’è spazio per tutti, soprattutto dopo la terza griglia. E già che siamo in tema (di griglia), la bella notizia è proprio quella di vedere persone che, dopo aver sofferto per ventuno o quarantadue chilometri, a quella sagra ci vanno davvero. Con le gambe a pezzi, ma con la fiera consapevolezza di aver guadagnato ogni singolo morso.
[P.S.: Il termine sofferenza, che deriva dal sostantivo latino sufferentia, definisce la realtà di chi soffre dolori fisici o morali, ma anche la capacità di sopportare e di avere pazienza. Ci sono pochi fenomeni di difficile inquadramento medico come la sofferenza]





