mercoledì, Maggio 6, 2026
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Arrivi pericolosi non solo per chi li corre

C’è un confine sottile, ma decisivo, tra ciò che emoziona e ciò che educa. Quanto accaduto domenica alla Collemar-athon si colloca esattamente su quella linea che il movimento amatoriale italiano continua, troppo spesso, a ignorare.

L’immagine dell’arrivo sulle ginocchia di un atleta, sorretto da altri due, è stata accolta da molti come un gesto di solidarietà, quasi un manifesto di umanità sportiva. Ma non è questo il punto. E soprattutto, non è sport — almeno non nel significato che dovrebbe avere per chi corre senza essere un professionista.

Il paragone, evocato con troppa leggerezza, con quanto accaduto ai Alistair Brownlee e Jonathan Brownlee durante i Giochi Olimpici di Rio 2016 appare fuori contesto. In quel caso si trattava di professionisti, nel pieno della loro carriera, all’interno di una competizione olimpica, con una posta in gioco che poteva — almeno in parte — giustificare un gesto simile. Qui siamo nel mondo amatoriale, dove il primo dovere non è arrivare a ogni costo, ma sapersi fermare.

La persona coinvolta non è un atleta qualunque. È una figura seguita, un punto di riferimento capace di influenzare scelte, abitudini e comportamenti. Proprio per questo, ogni sua azione pubblica assume un valore che va oltre il risultato personale. Affrontare una mezza maratona a breve distanza da una maratona corsa ad alto livello, e poi concludere in quelle condizioni, non è solo una scelta individuale: è un messaggio.

E il messaggio che passa è pericoloso.

Perché normalizza l’idea che il corpo sia un limite da piegare, anziché da ascoltare. Che stringere i denti sia sempre un valore, anche quando diventa ostinazione. Che il traguardo conti più del percorso. Non è così. Non dovrebbe esserlo, soprattutto in un contesto amatoriale in cui la salute deve venire prima della prestazione.

Nel running esiste una retorica dura a morire: quella dell’eroe che non si ferma. Ma crescere, come movimento, significa anche metterla in discussione. Significa riconoscere che fermarsi non è una sconfitta, ma spesso la scelta più consapevole.

L’altruismo, quello autentico, non è trascinare qualcuno oltre il traguardo. È evitare che ci arrivi in quelle condizioni.

Ed è forse da qui che bisognerebbe ripartire.

Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso