C’erano più di mille passi a battere insieme l’asfalto della spianata di Tor Vergata. Un ritmo collettivo, imperfetto eppure armonico, come certe cose che funzionano proprio perché nessuno le controlla davvero. In quel luogo che ha visto radunarsi milioni di giovani per le veglie del Giubileo del 2000 e del Giubileo del 2025, ieri si correva. E correre, a volte, è solo un altro modo per cercarsi.
Il giorno dopo la scomparsa di Alex Zanardi, il pensiero andava inevitabilmente lì, a quella sua idea semplice e ostinata: la vita è come il caffè. Puoi anche riempirla di zucchero, ma se non giri il cucchiaino, resta amara. È un’immagine che funziona perché non consola: chiama all’azione.

Forse è questo che si respirava tra quei chilometri di periferia: la voglia di non restare fermi. Di stare con gli altri non per riempire il tempo, ma per allargarlo. Perché la presenza è una forma di cambiamento, anche minima, anche silenziosa. È il modo in cui spostiamo ogni giorno, di pochi gradi, il nostro orizzonte.
Nelle relazioni, nell’amicizia, nell’amore: lo zucchero ce l’abbiamo spesso già in tasca. Occasioni, possibilità, parole non dette. Ma serve il gesto. Quel movimento piccolo e deciso che trasforma. Nel lavoro, ancora di più: strumenti nuovi, stimoli continui, possibilità che fino a pochi anni fa non esistevano. Eppure niente accade davvero senza quella scelta iniziale di muoversi, di rischiare, di provare.
Zanardi lo sapeva bene. La sua forza non era solo nella resistenza, ma nella curiosità. Nel non accettare mai che una sola versione della vita fosse sufficiente. Ha avuto più vite, tutte tenute insieme da un unico gesto: continuare a girare quel cucchiaino, anche quando sembrava inutile.
E allora lo sport diventa metafora e allenamento. Il nostro caffè quotidiano. Lo zucchero è la determinazione che scegliamo di meritarci, non quella che immaginiamo di avere. La gara della domenica — anche quella di ieri — è il laboratorio dove questa verità si mostra senza filtri: strade di periferia che diventano mondi pieni, fatica che si fa linguaggio comune, sconosciuti che condividono un tempo e un respiro.
Non basta desiderare. Non basta avere gli strumenti. Bisogna agire. Girare il cucchiaino, ogni giorno, anche quando il gesto sembra piccolo, invisibile, inutile.
Perché è lì, in quel movimento minimo, che la vita cambia sapore.






