Con il gruppo con cui corro abitualmente abbiamo orari e ritrovi un po’ insoliti. Alle 6:10 del mattino ci incontriamo in un punto del quartiere che non finirebbe in nessuna guida della città.
È uno di quei luoghi di passaggio fatti di asfalto, svincoli e rumore lontano di traffico. Un ponte sospeso tra il fiume e la tangenziale, una coordinata urbana dove normalmente nessuno si fermerebbe.
Eppure per noi è diverso.
All’alba, soprattutto nelle mattine di fine inverno, quel posto diventa il nostro punto di partenza. Ci piace aspettare chi arriva correndo da lontano, vedere una sagoma che si avvicina nella luce ancora incerta, scambiarci un cenno e poi ripartire insieme.
La corsa ha anche questo potere: trasformare luoghi anonimi in luoghi vissuti. Correndo impari a trovare qualcosa di bello anche dove, a prima vista, non c’è nulla da guardare.
In fondo è un piccolo esercizio di immaginazione: disegniamo traiettorie nella città usando la fatica come colore e le gambe come pennelli.
E così anche un cavalcavia all’alba può diventare un posto speciale.






