Quante volte i miei ragazzi mi hanno fatto questa domanda, così come me la sono fatta io fino a quell’ultimo colpo di pistola agli europei di Göteborg del 2006.
Un giro di pista mi avrebbe potuto cambiare la vita. 4 volte 100 metri da eseguire in apnea e provare a stare sotto i 44”.
Se solo avessi avuto più fortuna mi sarebbe valso l’oro e magari chissà che altro.
Come trovare le risposte giuste per i miei ragazzi se non sono mai stato bravo con me stesso?
Io, in quell’ultimo colpo di pistola, ci avevo messo tutto: ogni fibra muscolo e tendine, ogni cellula e neurone erano pronti e reattivi a proiettarmi come un leone nel cerchio di fuoco verso la medaglia più bella da mettere al collo, per sempre.
L’unica cosa che non potevo sapere era come sarebbe andata a finire, quel tendine staccato che mi ha annodato al blocco della pista del Nya Ullevi Stadium ha deciso tutto.
Oggi, dopo oltre 17 anni, ancora zoppico, e quel passo malfermo tra il prato e il tartan della pista in cuor mio ancora lo rifiuto, anche allo specchio.
Però so bene che è la miglior risposta a quei ragazzi, stando con loro, accanto a loro con la forza della disciplina e la voglia di arrivare primi.
Un coach questo fa, pone un atleta davanti a delle possibilità che lui non vede.
Lo rende consapevole che dipenderà tutto dalla sua capacità di reagire alle delusioni, imparando a guardare oltre qualsiasi impedimento, nello sport e nella vita.
(Un Coach fiero di esserlo)





