giovedì, Aprile 30, 2026
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Il Pettorale racconta tanto del nostro mondo, ancora.

Qualche anno fa, alla Maratona di Parigi, dopo aver ritirato il pettorale all’expo e tornato in albergo, mi accorsi che nel pacco gara mancavano le spille per fissarlo.

La gara era l’indomani, e così passai il pomeriggio a cercare disperatamente delle épingles de sûreté, che nel mio francese maccheronico diventavano “épingle de nuret”.

Ma perché i runner corrono ancora con il pettorale spillato sulla maglietta?

Una domanda legittima. Se a quella maratona avessi avuto un semplice braccialetto con chip per il rilevamento del tempo reale, cosa sarebbe cambiato? Oltre al fatto di non dover cercare una merceria nel secondo arrondissement, forse poco.

Eppure, il pettorale è molto più di un supporto per il chip. È un simbolo.
Contiene il tag per la misurazione del tempo, certo, ma è anche lo spazio perfetto per gli sponsor, per il nome dell’atleta, per l’identificazione in gara. È onnipresente: dalle Olimpiadi alle maratone cittadine, fino alle gare di trail in mezzo alla natura.

Chi corre lo sa: sentirsi chiamare per nome dal pubblico, grazie a quel rettangolo di carta sul petto, può fare la differenza.

Il running è cambiato moltissimo. Siamo passati dal cotone ai tessuti tecnici, dalle scarpe tradizionali a quelle con piastra in carbonio, da un approccio amatoriale a uno sempre più scientifico.

Tutto è cambiato, tranne il pettorale.

È il simbolo di uno sport. Come la maglia per un calciatore, il pettorale è l’oggetto che ogni maratoneta ha fotografato almeno una volta, per raccontare la propria gara, che sia stata New York o la corsa del paese.

Eppure, molti atleti professionisti si chiedono: “Perché dobbiamo ancora correre con un grande pezzo di carta appuntato su abiti high-tech?”

Dietro quel pezzo di carta si nascondono aspetti tecnologici, emozionali, storici e commerciali. C’è chi li colleziona, chi ci fa l’albero di Natale, chi tappezza le pareti di casa.
Il pettorale è parte del rituale: il ritiro all’expo, le foto di gruppo, le speranze condivise prima della partenza.

Nel tempo si è provato a cambiarlo: bottoni, fasce elastiche da triathlon, versioni adesive. Ma niente ha davvero sostituito le quattro spille da balia. Perché il pettorale non è solo un oggetto funzionale. È un simbolo.

Come il rovescio di una medaglia olimpica, nasconde un mondo: preparazione, emozioni, storie.

E finché ci sarà una linea di partenza, ci sarà anche un pettorale da appuntare con cura.

piergiorgio conti pettorali
I pettorali delle New York City Marathon
Marco Raffaelli
Appassionato dello sport e di tutte le storie ad esso legate. Maratoneta ormai in pensione continua a correre nuotare pedalare parlare e scrivere spesso il tutto in ordine sparso