C’è un istante difficile da raccontare: quello che precede la corsa.
Un confine fragile tra due stati d’animo: l’indolenza che trattiene e il desiderio di muoversi, di lasciarsi andare.
Ogni volta il rituale è lo stesso. Le scarpe in mano, l’abbigliamento che diventa uniforme di un supereroe quotidiano, la sensazione che quel gesto segni la direzione della giornata. È un processo invisibile, ma concreto: indossare fiducia.
Perché l’autostima, quando la sai attivare, non è un concetto astratto — è una lente che ti permette di guardare oltre la fatica iniziale e di tradurre il dubbio in azione.
Non serve molto per innescarlo: un caffè, la maglia preferita, la musica giusta o il giro che ami di più. A volte basta un amico con cui condividere la strada. Piccoli appigli che, sommati, trasformano la corsa da semplice attività fisica a un rituale di benessere.
Chi guarda dall’esterno può giudicare questa ripetizione monotona, addirittura priva di senso. In realtà è una dipendenza benefica: un modo di prendersi cura di sé, un atto d’amore personale che ricarica mente e corpo.
Per questo va raccontato. Non per convincere, ma per testimoniare. Perché la corsa non è mai solo corsa: è il mezzo attraverso cui attraversiamo le nostre inquietudini, miglioriamo la percezione di noi stessi e, almeno per un giorno, ci sentiamo migliori di ieri.
E spesso, è abbastanza.





