(Segue)
“Mayday, Mayday, Mayday, Yachting Charlotte. Over”
Luca salta fuori dal letto, di colpo sveglissimo. Nei pochi passi che lo separano dalla radio la sua mente da skipper fa rapidamente il punto della situazione.
Punto primo: ci sono vari segnali radio che ogni marinaio non può in nessun modo ignorare;
il PANPAN indica un’urgenza, senza rischi immediati di sopravvivenza;
poi c’è il SECURITE’ che segnala la presenza di un pericolo.
Ma questo è un MAYDAY, la massima allerta: significa che c’è un’imbarcazione che sta affondando, o con l’equipaggio che corre un immediato pericolo di morte.
Punto secondo: il segnale viene dal VHF, che ha una portata limitata. L’equipaggio dello Yacht Charlotte è in pericolo di vita, da qualche parte nella notte, ma vicino a loro.
La mente di Luca si schiarisce. Non più confusi piani di reazione ad emergenze immaginarie o sognate, ma il dovere di un marinaio di intevenire in soccorso di chi sta chiedendo aiuto.
“Charlotte, Charlotte, JK, JK, what’s the problem. Over”
“Charlotte, Charlotte, JK, JK, what’s the problem. Over”
La voce di Luca, ferma e chiara, richiama l’attenzione degli altri membri dell’equipaggio, che in un attimo sono tutti intorno al VHF.
E altri crepitii si sovrappongono nella radio.
“Charlotte, Charlotte, Magic Dragon, Magic Dragon. Over”
“Charlotte, Polygala, Polygala. Over”
E qui è doverosa una riflessione.
C’è del buono nell’essere umano, nonostante tutto.
E c’è innegabilmente poesia negli uomini di mare.
La notte, il vento forte, le onde di quattro metri, quasi duemila chilometri di distanza dal pezzo di terraferma più vicino, i cigolii, il freddo, la paura, la lotta di ogni imbarcazione per andare avanti in una notte così.
Ma appena lanciato il Mayday, in dieci secondi rispondono in tre.
Tre skipper che hanno lasciato il caldo delle coperte per precipitarsi al VHF.
Tre equipaggi stretti intorno alle rispettive Radio.
Tre imbarcazioni pronte a prestare soccorso, nell’immensità dell’oceano.
(Continua)
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