Il 2025 segna tappe fondamentali per eventi di grande rilievo nel panorama podistico: i 50 anni della Roma-Ostia, una gara che è ormai leggenda; i 30 anni della Maratona di Roma , la regina delle corse cittadine.
C’è una gara che non è solo una sfida sportiva, ma un’esperienza pacificante. Una di quelle che, una volta vissute, lasciano un segno indelebile nella storia di chi corre.
È la 100 km del Passatore giunta alla sua 50ª edizione.
Un’ultramaratona che attraversa l’Appennino Tosco-Romagnolo, dalla rinascimentale Firenze fino alla storica Faenza.
Ma parlare di numeri e tempi non rende giustizia a ciò che veramente rappresenta questa corsa: un viaggio interiore, una sfida contro se stessi, dove ogni passo racconta una storia di resistenza, sogni e speranze.
La 50esima edizione del Passatore non è soltanto un anniversario, ma un tributo a mezzo secolo di fatica, gloria e passione. Dal lontano 1973, quando la gara fu concepita da Alteo Dolcini e Francesco Calderoni, ispirati dalla figura leggendaria del brigante Stefano Pelloni, meglio conosciuto come “il Passatore”, questa ultramaratona è diventata un vero e proprio rito di passaggio per migliaia di atleti provenienti da ogni angolo del mondo.
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Ogni anno, l’ultimo sabato di maggio, oltre 3500 corridori si ritrovano a Firenze per affrontare un’impresa epica. La strada che li attende è lunga e irta di difficoltà: 100 chilometri di salite e discese che attraversano borghi incantevoli, come Fiesole, Borgo San Lorenzo e Brisighella, fino a Faenza. Ma per chi parte, il Passatore non è solo una gara: è un viaggio dentro sé stessi, dove la fatica fisica si intreccia con quella mentale e spirituale.
E chi ha già corso il Passatore sa bene che non è solo il paesaggio mozzafiato a rendere unica questa corsa. C’è qualcosa di più profondo. È l’alchimia tra il sudore e i sogni, tra il freddo della notte e il calore umano dei volontari e degli abitanti dei borghi che accolgono con calore e simpatia i corridori stremati. È una corsa che abbatte le barriere tra competizione e condivisione, dove ogni partecipante è allo stesso tempo avversario e compagno di viaggio.
Franco Chiavegatti, nel 1978, definì questa ultramaratona come “l’Olimpiade della follia”. E come dargli torto? Bisogna essere un po’ folli per affrontare una sfida del genere, dove il rischio di fallire è sempre dietro l’angolo. Ma è proprio questa “follia” a spingere tanti atleti a partire, anno dopo anno, consapevoli che il vero traguardo non è solo l’arrivo a Faenza, ma la crescita personale che si compie lungo la strada.
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Leggende come Giorgio Calcaterra, con le sue 12 vittorie, e Nikolina Sustic, con il suo record femminile, sono diventati simboli di questa impresa titanica. Ma non sono solo i campioni a lasciare il segno: c’è anche chi, come Walter Fagnani e Marco Gelli, ha concluso la gara 45 volte, rendendo il Passatore parte integrante della propria vita.
Quello che rende speciale il Passatore è anche il premio “Io c’ero”, un riconoscimento per chi ha completato la gara più volte, accompagnato da una ceramica artigianale creata da Vittoria Monti, un pezzo unico che celebra la tradizione faentina.
Correre il Passatore significa immergersi in una dimensione senza tempo. La notte, con le sue stelle brillanti o le nuvole cariche di pioggia, diventa la cornice di un racconto personale che si intreccia con le storie di chi ti precede e di chi ti segue. E quando arrivi in cima al Passo della Colla, con il fiato corto e le gambe doloranti, capisci che non è solo una questione di fisico. È la mente, è il cuore, è la forza di volontà a portarti avanti.
A chi chiede perché affrontare una gara così dura, la risposta è sempre la stessa: perché il vero traguardo non è arrivare per primi, ma arrivare. Non importa il tempo, non importa la fatica, ciò che conta è ciò che impari durante il percorso. Come il Cammino di Santiago, anche il Passatore è un viaggio che trasforma, dove ogni passo è un passo verso la scoperta di sé.
La 100 km del Passatore è molto più di una corsa: è una leggenda, un’esperienza che cambia chi la vive.
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