Non appena ho osato parlare male dei pacer della terza onda della Mezza di Roma sono stato subito riempito di improperi.
Il più tenero è stato: “Cosa ne vuoi sapere di pacer?”. A me, sia chiaro, i pacer non dispiacciono affatto ed è proprio per affetto che ne ragioniamo.
Insomma, sono un pochino geloso che un neofita abbia diritto al mio stesso servizio, considerati gli anni di onorata carriera.
Quindi mi tocca prendermela con altri pacer, confidando di trovare,questa volta, un consenso unanime (adoro la democrazia quando mi soddisfa).
Come molti di voi, l’irresistibile attrattiva del nostro mondo mi ha portato a seguire la diretta televisiva della VeniceMarathon (sulla quale, per carità di patria, risparmio le critiche al trattamento subito dalla televisione pubblica alla quale concorro con le mie tasse). E – resti tra noi – non ho per nulla apprezzato che in una competizione in cui sono presenti atleti di “livello” (professionisti pagati per correre e vincere) la vincitrice femminile abbia seguito il suo pacer personale che, tra l’altro, fungeva anche da frangivento.
Regole o non regole – costituite da flessibile plastilina – ritengo poco serio siffatto “aiuto”. Ero convinto che gli atleti degni di questo nome non possano (e non debbano) poter disporre di scorciatoie per dimostrare il proprio valore, dato che si tratta – al loro livello – di una competizione tra “assoluti”.
Per cui, ora dovrei riconsiderare nettamente le mie precedenti critiche. Se la prima arrivata (vale, chiaramente, anche per il sesso forte), pagata e foraggiata in molti modi (dal premio previsto, alle dazioni degli sponsors, alle scarpe su misura da gettare dopo la gara, etc.) dispone di un “assistente” personale, il neofita dovrebbe addirittura essere portato in braccio.
Si passa, quindi, da un eccesso ad un altro. Segno che – ormai – il nostro sport, a nessun livello, è rimasto “puro”. Non lo è mai stato a livello “professionistico” ma, almeno, si salvavano le apparenze. Ora il velo è caduto e, alla fine, dobbiamo dire che solo il tapascione, cioè l’atleta posto al livello più infimo della scala dei podisti, incarna il sogno decubertiano. Partecipa, si diverte, soffre, in qualche modo arriva. Lontano da tutto, alieno ad ogni interferenza, magari con il traffico che ha ripreso ad occupare la sede stradale.
Ma, adesso, anche costui (o costei) ha la sua riscossa. Gli “assoluti” non meritano di essere assoluti che sono, quindi, retrocessi a “relativi”. E, nel campo della relatività, sono esattamente uguali a tutti gli altri.
Alla fine della fiera, un commento a carico dei pacer mi ha fatto ricordare chi ci interessa davvero. Quelli più simili a noi.






