L’urlo della montagna

C’è un settore turistico che più di tutti in Italia, a causa dei provvedimenti restrittivi imposti dai vari DPCM che si sono susseguiti nell’ultimo anno, ha sofferto e continua a soffrire:

la montagna e gli operatori della montagna.

La stagionalità della pandemia ha infierito pesantemente su questo settore turistico, in uno stillicidio di mancate riaperture culminato nella definitiva chiusura della presente stagione e in quella parziale della passata quando, nel pieno della stagione sciistica, fu dichiarato il lockdown.

Al secondo anno di chiusura la montagna e gli operatori della montagna rappresentano oggi il “case studio” delle conseguenze economiche e sociali che sta comportando la pandemia e di come essa sta cambiando il volto del nostro paese e del mondo intero:

il loro è un grido che si disperde tra le vette, ma arriva silenzioso a bassa quota.

Il turismo estivo delle località di mare nella passata stagione ha conosciuto un inaspettato pareggio tra la maggiore affluenza d’italiani e la diminuita presenza di turismo straniero, dovuto anche alle rassicuranti parole dei massimi esperti che indicavano curve in calo per il virus, definendolo ormai sotto controllo, salvo scoprire invece che il virus era fotosensibile agli ultravioletti del sole, ma si rafforzava con le luci stroboscopiche delle discoteche.

Quello che accade in montagna mostra a tutti la drammaticità di ciò che potrà essere altrove, in un futuro, anche a fondo valle, se gli scenari pandemici non cambieranno entro breve.

La montagna è un museo diffuso di bellezza del nostro Paese.

Nelle attività lavorative, quasi esclusivamente imprenditoriali, sono impiegati migliaia di lavoratori stagionali ed il rischio d’impresa è molto elevato poiché a decidere la buona o la cattiva stagione sono troppe imprevedibili variabili: la presenza o meno di neve, le previsioni meteo, una promozione turistica efficace, la concorrenza degli altri territori.

Il tutto ristretto in stagioni “produttive” concentrate in pochi mesi d’inverno e pochissime settimane d’estate.

E’ di alcuni giorni fa la notizia della chiusura del CLUB MED di Breuil Cervinia (AO) a seguito della rescissione da parte del colosso francese delle vacanze del contratto ultradecennale che aveva con una cordata di imprenditori proprietari dell’Hotel Cristallo, presso il quale aveva istituito il suo campo base in Italia.

Non si tratta solo della revoca d’interessi privati.

Con la dipartita dei francesi diciamo addio a 120 posti di lavoro, e alla promozione internazionale di un territorio con l’offerta di 600 posti letto a quattro stelle al cospetto dei 4478 metri del monte Cervino.

Apro, non apro.

Lo stillicidio d’incertezze comunicate a suon di DPCM che procrastinavano date di apertura, a cui hanno dovuto assistere gli imprenditori della montagna, ha infierito talmente tanto che difficilmente la montagna potrà riprendersi se non con forti ristori.

Ristori per gli imprenditori della montagna che tardano ad arrivare e che finora sono stati ricevuti, secondo la logica dei famigerati codici ATECO, solamente da ristoratori ed albergatori, come in tutto il resto d’Italia, ma non dai negozianti di sport, poiché autorizzati a essere aperti, ma i cui introiti maggiori derivavano dal noleggio delle attrezzature sportive, del tutto azzerato in mancanza di turisti.

Questi commercianti non hanno ricevuto nemmeno i famosi 600 euro a partita iva che furono promessi a tutti nella primavera 2020.

Situazione paradossale confermata e denunciata dagli imprenditori delle alpi come pure degli appennini.

La decisione di chiudere gli impianti è stata adottata, oltre che dall’Italia, anche da Francia, Germania e Slovacchia, ma non ad esempio da Svizzera, Austria, Slovenia, Spagna, Polonia, Romania e Bulgaria che, con regole diverse, hanno consentito aperture anche totali.

Eppure da sempre la montagna non è solo sci.

Ciaspole, trekking, sci alpinismo, e-bike, motoslitte, rifugi da raggiungere: la montagna può essere fruita in molteplici e bellissimi diversi modi, non necessariamente facendo uso degli impianti di risalita.

Alle confortevoli temperature del fondo valle, dalla stanza dei bottoni, si decideva la chiusura degli impianti di risalita per la presupposta impossibilità di mantenere i vincoli imposti dalle regole sanitarie del distanziamento sociale e delle limitazioni di passeggeri a bordo di seggiovie e funivie, considerandole alla stregua di mezzi pubblici o treni regionali.

E mentre l’accesso a bordo dei mezzi pubblici è garantito dall’autocontrollo dei passeggeri, in montagna, l’eventuale accesso a bordo è determinato da un ticket elettronico vendibile anche esclusivamente online, contingentabile e che traccia ogni passaggio negli impianti.

E’ di pochi giorni fa la notizia che alcune regioni montane come la Valle D’Aosta e l’Alto Adige hanno vietato che si possano raggiungere le seconde case.

Non solo.

In montagna ogni impianto ha almeno un addetto ai varchi di accesso che avrebbe potuto controllare il rispetto dell’accesso a bordo.

Gli enti gestori avevano già studiato, di concerto con l’autorità di governo locale, varie ipotesi di contingentamento della fruizione: una minore offerta di impianti, che escludevano funivie e cabinovie e trasporti chiusi in genere, un maggior costo degli skipass a compensare l’incremento dei costi, limitando la rivendita degli skipass ai residenti e ai titolari di diritto di soggiorno (soggiornanti in strutture ricettive e titolari di seconde case), escludendo la possibilità di vendita ai pendolari dello sci.

Una legge di pubblica sicurezza obbliga, tra l’altro, all’identificazione di ogni alloggiato sia per alberghi che per affittacamere, obbligo che si poteva estendere anche ai titolari di seconde case per garantire tracciamento e contingentamento delle presenze.

La montagna e vivere in montagna è vivere per la montagna.

Abitare in montagna rappresenta un gesto d’amore per i propri territori e solo chi conosce la montagna sa quale rispetto e sacrificio richieda vivere in posti così meravigliosi d’estate, ma così estremi d’inverno.

La montagna è un modo di vivere la vita.

Marcello Perotta per Storie Correnti 2021